Verbicaro (CS)

Rito dei Vattienti
tra sacro e profano

In centinaia hanno partecipato nel piccolo centro montano del tirreno cosentino al tradizionale rito dei Vattienti. Una tradizione arcaica che mantiene intatto il suo fascino.


A Verbicaro, piccolo centro montano del tirreno cosentino, in occasione del giovedì santo si è rinnovato uno dei riti più arcaici, suggestivi, ma anche più controversi della settimana che precede la pasqua: la flagellazione dei Vattienti, una tradizione ripresa negli anni 70 dal signor Francesco Marino e ora portato avanti dai figli. In un “catuvu” o “catojio”, un vecchio magazzino, in cui sorprendentemente si coniuga il sacro e il profano, tra damigiane di vino e vecchi manifesti del partito comunista,  affollato di gente si è svolta la fase preparatoria. I Vattienti,  indossando maglietta e  pantaloncini rossi, il capo coperto da un fazzoletto, hanno iniziato a battersi le cosce per far fluire il sangue, tra i denti il “cardillo” ovvero il cilindro di sughero con cinque punte di vetro. Poi sono usciti per i rituali tre  giri del paese tra due ali di folla. Hanno continuato a flaggellarsi con il sangue che sgorgava copioso. Scene raccapriccianti, ma dal forte potere evocativo. Hanno camminato con le braccia incrociate, la testa china in una sorta di trance. Si sono fermati sul sagrato della chiesa e dei vari luoghi di culto, ma all’esterno perché la chiesa non riconosce il rito, lo ha fortemente contrastato. Alla base della tradizione, in questo caso, una devozione votiva, in altri, come ad esempio a Nocera Torinese, la penitenza e la compartecipazione alla crocifissione di Cristo. A Verbicaro  il rito è stato oggetto di un acceso dibattito tra la Chiesa, che lo considera profano, e il sindaco, Felice Spingola, che da antropologo ne ha sottolineato la valenza popolare e culturale.  

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