Omicidio Cocò

Indagini della DDA
ecco intercettazione

Ecco una delle tante intercettazioni dei due presunti killer del triplice omicidio di Cassano, che hanno consentito agli inquirenti di ricostruire la vicenda.


Sono state ore e ore di intercettazioni come queste, qui si vede Cosimo Donato mentre parla alle sue donne presumibilmente di una partita di stupefacente sparita e della pericolosità del contesto in cui si muovono, ma anche i pedinamenti, le confidenze,  le dichiarazioni dei familiari e soprattutto di un pentito, Michele Bloise, ex boss presunto boss di Firmo, a  consentire agli inquirenti della DDA di Catanzaro e ai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza di fare parziale luce sul triplice omicidio di Cassano allo jonio, di Giuseppe Jannicelli, della sua compagna tunisina Betty e del nipotino di tre anni, Cocò Campolongo. Una prima verità consegnata dopo oltre 20 mesi di indagini che ieri hanno portato alla notifica in carcere di due ordinanze di custodia cautelare a carico di  Cosimo Donato e Faustino Campilongo, già detenuti,  considerati responsabili sicuramente dell’incendio della vettura con i cadaveri a bordo. Una brutta storia maturata negli ambienti criminali con risvolti anche inquietanti nei complessi rapporti familiari e d’affari nello spaccio di stupefacenti tra i due arrestati, ritenuti affiliati alla ndrina di Firmo fino al pentimento di Michele Bloise, e Giuseppe Jannicelli. L’ambizione di diventare loro i referenti, i contrasti e l’insofferenza crescente verso Jannicelli che addirittura aveva costretto Faustino Campilongo a sposare ufficialmente la sua giovane amante  tunisina Betty, per farle ottenere la cittadinanza, il timore che l’uomo anche per dissidi con gli zingari potesse pentirsi, hanno fatto maturare l’idea nella ndrangheta cassanese e non solo che  andava eliminato,  le indagini devono ora accertare mandanti e altri esecutori. Campilongo e Donato si sono assunti il compito di attirarlo con un tranello nell’agguato e cosi è stato, come acclarato anche dalle riprese delle telecamere di sorveglianza nonchè dal monitoraggio dei cellulari,  e probabilmente di completare il lavoro con l’incendio dell’auto. Tasselli che sono stati incastrati pazientemente dagli inquirenti e che hanno portato a squarciare il velo che avvolgeva il triplice agguato, soprattutto per il brutale assassinio  del piccolo Cocò, usato come scudo dal nonno, e non risparmiato dai killer. Una vicenda che ha suscitato sconcerto  persino negli ambienti criminali. Un errore fatale per chi ha ordinato ed eseguito l’agguato perché ha intaccato il consenso popolare, punto di forza delle cosche. Anche se come ricorda il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, la ndrangheta non ha codici d’onore. Il fatto che non si tocchino i bambini è una leggenda che fa parte di quella dimensione arcaica, settaria, che contribuisce al fascino malefico, per le nuove leve,  delle mafie. 

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