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DAL 1952 AI GIORNI NOSTRI

N el 1952 i quotidiani editi in Italia erano molto di più di quelli di oggi. A Messina già ne esisteva, dal 1944, uno: il «Notiziario di Messina e della Calabria». Un altro, «L’Eco del Mattino», era morto dopo un paio di anni. Ma la preferenza dei messinesi era accordata in larga parte all’edizione provinciale del «Giornale di Sicilia» di Palermo, allora quotidiano dai contenuti più completi rispetto al foglio cittadino.

L e testate edite a Napoli, Roma e Milano venivano messe in vendita nella tarda mattinata e non sempre giungevano tutti i giorni. Certo non esisteva sul mercato la qualità dell’offerta di oggi, quanto mai varia per il numero, le dimensioni e la diffusione delle oltre 80 testate che sono a disposizione dei potenziali lettori alla stessa ora, grazie (dal 1980) alla trasmissione per facsimile dalla città di edizione alla città di stampa. Il tasso di concorrenzialità era basso, certamente non quello di oggi che non ha eguali perché il confronto, dopo l’avvento della televisione (1955), è divenuto multimediale e la notizia non è più «proprietà del giornalista» (o del giornale). Al cosiddetto quarto potere si è aggiunto il quinto, il televisivo, senza però che quello abbia perduto il primato della sua specificità: la persistenza e la civiltà critica della parola scritta e la disponibilità logistica del giornale a essere letto in qualsiasi momento e in qualsiasi posto.

Eppure in una situazione editoriale apparentemente favorevole come quella del 1952, l’idea di dar vita a un nuovo giornale nel Sud fu coraggiosa, perché, a meno di sette anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, la situazione sociale ed economica era ancora da epoca feudale.
Nel settore dell’editoria quotidiana c’era da mettersi le mani nei capelli, sin dall’inizio non essendo disponibile una forza lavoro qualificata sia di giornalisti sia di tipografi.

Strutturalmente l’informazione esterna giungeva mediante le telescriventi se trasmessa da città maggiori. Se no bisognava ricorrere al telefono e dalle nostre parti gli apparecchi non erano nemmeno molto diffusi. Per lo più le notizie dai piccoli centri pervenivano con il mitico «fuorisacco» (una lettera che viaggiava per treno fuori dal sacco, appunto, della posta normale e veniva prelevata dai fattorini del giornale agli uffici Pt della stazione centrale).

Il fondatore della «Gazzetta», Uberto Bonino, 51 anni, già Costituente, deputato di destra alla prima legislatura, industriale molitorio e banchiere, non è che avesse, e con lui gli stretti collaboratori, un’esperienza collaudata nel settore. Aveva però quel fiuto, il naso diceva lui, per le imprese economiche. Non potendo disporre in loco di professionisti già fatti, si rivolse a un suo amico, il giornalista-principe Enrico Mattei (autore poi di una fortunata rubrica di prima pagina sulla «Gazzetta», Indice) per accertare se c’erano nella sala stampa di Roma, in Piazza San Silvestro, colleghi disposti a venire nell’Isola, ancora con l’alone delle gesta sanguinarie del bandito Salvatore Giuliano. Dovevano lavorare e nel contempo fare da istruttori a tanti giovani con la licenza liceale in tasca da qualche anno e pieni di buona volontà.
C i furono primariamente in Bonino, deputato di destra, come spinta a fondare la «Gazzetta», ragioni di autodifesa politica. Ma la rischiosa rottura con l’on. Gaetano Martino, allora vicepresidente della Camera e futuro ministro della Pubblica istruzione e degli Esteri, e con il partito liberale e quindi con la classe dirigente messinese, a un anno dal rinnovo di quel Parlamento in cui la Dc aveva la maggioranza assoluta conferitagli, nel poi fatidico 18 aprile 1948, dal popolo italiano in chiave anticomunista, non bastava da sola. La motivazione politico-elettorale non sarebbe stata causa sufficiente a far sì che Bonino, prudente come amministratore, non per niente era nato nella ligure La Spezia, assumesse un impegno finanziario notevole in rapporto al suo reddito di allora, se a quella ragione non si fosse sposata una valutazione più ampia. Quella che esisteva a Messina, come nella vicina Reggio Calabria, una fascia di potenziali lettori in attesa di un giornale che tornasse a chiamarsi «Gazzetta», come l’antica «Gazzetta di Messina e delle Calabrie».

Non è che Bonino avesse incaricato qualcuno di fare uno studio di marketing. Aveva solo interrogato le centinaia di venditori di farina dei Molini Gazzi in Calabria e in Sicilia; inoltre durante la seconda delle campagne elettorali che aveva affrontato, nel dialogo con gli elettori aveva fatto entrare come argomento il tema della nascita di un nuovo giornale. Bonino aveva scoperto che la gente era desiderosa di un giornale diverso da quelli esistenti che sfiguravano nel confronto con le testate di Roma, di Milano, di Napoli; giornali, peraltro, in cui lavoravano fior di professionisti meridionali che durante la gavetta nei fogli locali della prima metà del secolo XX alla prima occasione avevano fatto il biglietto di terza classe, di sola andata, verso la capitale o verso il Nord.

L a scelta politica di Bonino di lasciare nel 1952 un partito di governo, elitario e di cultura anche economica nordista, il liberale, entrando a far parte di uno di opposizione (sino allora) e a forte base popolare nel Meridione, come lo era il Partito nazionale monarchico, schieratosi nella campagna elettorale del 1953 con i socialisti e i comunisti contro la legge maggioritaria, influì non poco sull’imprinting del nuovo giornale e sui giovani che vi cominciavano il difficile mestiere di tutta la loro vita. Infatti, ripassando le battaglie civili della «Gazzetta» nei suoi primi anni esse risultano di grande spessore democratico. Mai incline a privilegiare caste, classi o corporazioni, il nuovo quotidiano porta avanti, sin dalle origini, un’alta progettualità di sviluppo intesa a dar voce alle istanze di miglioramento economico e di progresso civile e culturale delle genti del Sud.

E mergono così sin dai primi numeri della «Gazzetta» talune caratteristiche di fondo che la contraddistingueranno nel panorama dell’editoria meridionale conferendole sicura personalità giornalistica, determinati criteri ispiratori ai quali il quotidiano voluto da Uberto Bonino non verrà mai meno col trascorrere degli anni e poi dei decenni: l’impaginazione non gridata e aliena dal sensazionalismo; il linguaggio chiaro e comunicativo di chi, immune dagli intellettualismi, vuole essere in sintonia con i propri lettori; la tensione costante a interpretare problemi e bisogni di tutti quei siciliani e calabresi che, a decine e poi a centinaia di migliaia, avrebbero finito col considerare la «Gazzetta» il loro giornale, anzi, perché non dirlo, il giornale per antonomasia.

U n giornale per il quale la completezza dell’informazione data nell’esercizio del diritto (che è poi il dovere) di cronaca, non si è mai trasformata in mezzo di aggressione sociale e politica a fini personali; un gruppo di professionisti dell’informazione rispettosi del dissenso culturale e politico ma allo stesso tempo ben decisi a rifiutare etichette ideologiche ed egemonie imperanti; uomini aperti al dialogo ma gelosi della propria indipendenza culturale che li portava a considerare, molto prima che Ernst Nolte scrivesse i suoi libri, che il comunismo sovietico era l’altra faccia del nazionalsocialismo tedesco e che le ideologie a esso ispirate mai avrebbero potuto servire al progresso del Mezzogiorno.

Un’autonomia culturale e politica, quella palesata dalla «Gazzetta del Sud» sin dalle origini e poi sempre puntigliosamente ribadita e difesa, che affondava solidi radici nell’economicità intrinseca del progetto editoriale di Bonino, nella visione cioè di una imprenditoria privata sana, dinamica, immune dai condizionamenti partitici ma nello stesso tempo consapevole del suo ruolo sociale di creatrice di ricchezza e di sempre nuove opportunità di lavoro e di sviluppo nel territorio nel quale si trovava organicamente inserita.

A distanza di quasi mezzo secolo da quella primavera del 1952, a fronte della vera e propria ecatombe di imprese industriali, aziende commerciali, esercizi pubblici che ha dolorosamente segnato la cronaca cittadina, il dinamismo e la mai venuta meno capacità espansiva della Società Editrice Siciliana, editrice della «Gazzetta», stanno a indicare la strada delle potenzialità di sviluppo che anche al Sud, soprattutto al Sud, si aprono a iniziative imprenditoriali coraggiose; magari supportate da quella nuova classe di professionisti e di manager laureati nelle Università siciliane e calabresi il cui perfezionamento in idonei centri di ricerca nazionali ed europei è stato non l’unico ma probabilmente il più noto degli obiettivi perseguiti nell’ultimo venticinquennio dalla Fondazione Bonino-Pulejo, alimentata, oltre che dal patrimonio personale dei fondatori, dagli utili annuali della Società Editrice Siciliana.

U n’Istituzione, la Fondazione Bonino-Pulejo, ormai di riconosciuto prestigio internazionale e dalle molteplici attività scientifiche, culturali e assistenziali che ne hanno fatto un punto di riferimento sicuro e un supporto imprescindibile alla crescita di una non piccola area del Mezzogiorno, statutariamente autonoma dalla «Gazzetta» ma a essa indissolubilmente legata nella considerazione e nell’affetto dei cittadini dell’area dello Stretto.

I DIRETTORI DELLA "GAZZETTA"

1952-1953

Gino BRUTI

1953-1954
Michele TORRE
1954-1962
Orsino ORSINI
1962-1968
Sergio PACINI
dal 1968
Nino CALARCO
I PRESIDENTI DELLA S.E.S.

1952-1958

Giuseppe COSTANZO

1958-1988
Uberto BONINO
1988-1991
Giuseppe GENTILE
dal 1991
Giovanni MORGANTE
SOCIETA’ EDITRICE SICILIANA S.p.A.
Editrice della “Gazzetta del Sud”
Via Bonino 15/c
98124 Messina
tel. 090-2261 / fax 090-2936359 – 2932063
www.gazzettadelsud.it

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Mario Primerano Vice capo servizio
Fausto Cicciò Redattore
Davide Marchetta Redattore
Marcello Mento Redattore
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Virgilio Squillace Redattore
Luigi Abbramo Redattore
Ufficio romano
Roma: Sala Stampa Italiana
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