RIFORMA LEGA PRO

"Non è riforma
ma solo taglio
poche 60 squadre"

Il vicepresidente della Figc Demetrio Albertini non concorda con i parametri di Macalli. Ed assicura che nel Consiglio federale del 7 agosto una riforma del campionato così concepita non avrà il parere favorevole dell'Aic

"Non è riforma
ma solo taglio
poche 60 squadre"

"Questa non è una riforma, ma solo un taglio. Senza progettualità, né condivisione". Una Lega Pro del futuro ridotta a 60 squadre, in un'unica categoria da tre gironi, non piace all'Assocalciatori, che, per bocca di Demetrio Albertini, lo dice chiaramente. Soprattutto, il vicepresidente della Figc non concorda con i parametri che hanno portato a partorire tale numero. Ed assicura che nel Consiglio federale del 7 agosto una riforma del campionato così concepita non avrà il parere favorevole dell'Aic. Il disaccordo nasce dai criteri adottati. "Ricordo dirigenti federali con ben più esperienza della mia - spiega Albertini - ripetere che non esiste un numero magico. Sessanta club? Potrebbero essere di più, o anche meno. Siamo d'accordo che i 90 club di un tempo oggi siano insostenibili. Ed infatti con il blocco dei ripescaggi si è già scesi di numero. Ma chi garantisce che i 60 di cui si parla oggi assicurino autosufficienza economica, stipendi in regola, meno penalizzazioni, settori giovanili efficienti?". "In democrazia è rispettabile ogni proposta, anche nelle diversità. E vorremmo che fossero ascoltate anche le nostre - puntualizza ancora Albertini -. A cominciare da quella di abbassare sì il numero dei club, ma inserendo anche le seconde squadre e conservando le due categorie. Le seconde squadre esistono in Germania, Inghilterra, Francia, Portogallo. Ricordo che in Spagna l'82% dei giocatori diventati campioni del mondo hanno militato nelle seconde squadre. Abbiamo società professionistiche virtuose che vanno difese e devono vedere il loro lavoro, sia economico che sportivo, valorizzato". "Abbiamo una Lega nazionale dilettanti molto importante - conclude Albertini - diffusa in tutta Italia. Credo che tutti debbano giocare a calcio, non tutti possano fare i professionisti e ciò vale sia per i calciatori che per le società ". (ANSA)

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