Intervista

Altafini: per lo scudetto duello Inter-Juve

L’indimenticato attaccante ospite a Messina: «Messi resta il n.1». «Il mio Napoli non reggerà fino all’ultimo. Io tra i più grandi bomber senza rigori...»

Altafini: per lo scudetto duello Inter-Juve

Altafini, una vita a far gol. Sono 216 in campionato. Come Meazza e dietro a tre mostri sacri quali Piola, Totti e Nordahl...

«Mi ha fatto piacere che di recente mi abbia sorpassato un calciatore del calibro di Totti. Per me è un grande onore perché Francesco lo considero un grandissimo della storia del calcio. Sia lui che Baggio (che di gol ne ha fatti 205, ndr), però, hanno tirato più di 60 rigori. Nei miei 216 gol non c’è un rigore. Se avessi calciato anche dal dischetto, sarei in testa alla classifica».

Nel ‘58 arriva in Italia, nel Milan. Subito protagonista con ventotto gol al primo anno.

«E persi la classifica dei cannonieri perché quell’anno Angelillo, fantastico bomber dell’Inter, firmò un record straordinario segnando 33 gol con annessi quattro rigori. Mai nessuno ha fatto più gol in una singola stagione. Però non andai male al primo anno in rossonero...».

Nel ‘60 addirittura 4 in un derby Milan-Inter 5-3.

«Due giorni prima era nata mia figlia Patricia. Per tutti giocai quella gran partita perché ero felice per la nuova arrivata. Invece fu tutto casuale, il derby mi esaltava».

14 gol nella Coppa dei Campioni 62/63 vinta col Milan, primato battuto solo due anni fa da Cristiano Ronaldo (17).

«Chiariamo subito che Ronaldo mi ha battuto giocando diverse partite in più del sottoscritto. Il mio resta un record imbattibile. Quell’anno segnai 14 reti in 9 partite, dal primo turno alla finale di Londra. La Champions di oggi si gioca su più partite, dal girone alla finale (Cristiano fece il record nell’anno della Decima firmata Ancelotti, ndr) sono 13 partite. E poi ormai non giocano più le vincitrici dei campionati europei, ma le seconde, le terze, anche le quarte, un po’ abbassando la qualità di una volta. Per media-gol il mio resta un record inattaccabile».

La doppietta in finale al Benfica la sua pagina italiana più bella?

«Fu importante perché era la prima volta che una squadra italiana alzava al cielo una Coppa dei Campioni. Nel ‘58 il Milan aveva perso la finale con il Real Madrid a Bruxelles, il caso volle che proprio nella mia prima stagione iniziasse a vincere anche in Europa».

120 gol nel Milan, 71 con la maglia del Napoli. Al “San Paolo” ha forse ricevuto l’affetto più grande.

«In azzurro ne dovevo fare uno in meno o uno in più. Perché a Napoli il 71 ha un significato particolare. Per la smorfia è “uomo di m...” e lasciai la città con questa etichetta. Scherzi a parte, Napoli mi ha dato tanto affetto, però le cose più belle le ho fatte a Milano».

Con Sivori ha formato una delle coppie-gol più belle.

«A quei tempi al “San Paolo” giocavamo sempre davanti a 80mila spettatori. Omar era formidabile, insieme facemmo grandi cose. Ma tutta la squadra era fortissima. Al primo anno partimmo con due vittorie in casa, il pari sul campo della Juve e l’exploit di Bologna davanti a 10mila tifosi del Napoli impazziti di gioia. Indovinate chi fece il gol vittoria...?».

Troppo facile. E il gol al Torino lo ricorda ancora?

«Una rovesciata fantastica. Era l’ultimo giorno dell’anno (1967, ndr), non bastò per vincere la partita (2-2). Più dei gol belli a me piacciono quelli che fanno vincere. Ma quello fu davvero un golazo...».

È vera la storia del gestaccio di Palermo?

«Il pubblico mi fischiò per tutta la partita. L’arbitro era Sbardella, quando segnai esultai ma non feci il gesto dell’ombrello che molti ricordano. Vincemmo quella partita, la gente inferocita ce l’aveva con me e con l’arbitro. Sapete come finì? Che Sbardella lasciò la “Favorita” in elicottero e il sottoscritto vestito da carabiniere in una camionetta dell'Arma».

La Juve cosa le ha dato in più delle precedenti esperienze?

«La maglia bianconera è stato il coronamento della carriera. A Torino mi presi le ultime soddisfazioni: due campionati vinti e una finale di Campioni persa. Segnai 25 gol, spesso anche partendo dalla panchina...».

La finale di Campioni persa con l’Ajax la delusione più grande?

«No. C’era ben poco da fare contro quello squadrone in cui spiccava Crujiff. Ho vissuto amarezza più grandi, come la famosa lite con Viani al Milan (il tecnico non amava le uscite serali di Josè, ndr)».

Nel ‘75 entra e stende il suo ex Napoli regalando lo scudetto alla Juve. Da allora è “core ‘ngrato” per i tifosi partenopei.

«All’andata avevo ricevuto una brutta accoglienza al “San Paolo”. Fischi e tanto altro, eppure avevo dato molto al Napoli. Al ritorno la partita decide lo scudetto. Entro a pochi minuti dalla fine sull’1-1, mi arriva la palla giusta e all’88’ segno il gol della vittoria. Da quel giorno sono un ingrato per i tifosi partenopei, ma io feci solo il mio dovere».

Ha militato e vinto un Mondiale nel Brasile di Pelè, Vavà, Didì, Garrincha. È il più grande motivo d’orgoglio?

«Ma anche la mia croce. Ho partecipato alla spedizione vincente in Svezia, ho fatto anche gol (due all’Austria, ndr), poi il passaggio al Milan nel ‘58 mi chiuse le porte della Nazionale. A quei tempi non veniva convocato nel Brasile chi giocava all’estero. E così la mia avventura in Nazionale durò poco. Tant’è che per non perdere i Mondiali del ‘62, andai in Cile da oriundo con l'Italia».

Pelè o Maradona, chi mettiamo davanti?

«Pelè, sempre Pelè. Il più grande di tutti. Era la perfezione fatta calciatore».

Quanto si sarebbe divertito in quel Brasile se non si fosse trasferito in Italia?

«Tantissimo. C’era Pelè, che era due anni più giovane di me, e avrei vinto tanto al suo fianco. Sapeva far tutto con una semplicità disarmante».

Un aneddoto legato a lui?

«Ricordo su tutti un Santos-Palmeiras finito 7-6, per molti la partita più bella di tutti i tempi. Vinceva il Santos 5-1 alla fine del primo tempo, nella ripresa riuscimmo a rovesciare la situazione fino al 6-5 per noi. Poi Pelè decise da solo che doveva vincere il Santos e fece due gol nei minuti finali. Alla fine i miei due gol non bastarono...».

Poca fortuna in azzurro.

«Perché a un certo punto la Fifa vietò la partecipazione di calciatori che avessero già vestito le maglie di due nazionali. Fu una sorta di squalifica perché mi ritrovai a non poter giocare né nel Brasile e né in azzurro».

Il calcio è cambiato: Altafini oggi come si vedrebbe?

«Mi sono divertito ai miei tempi, in questo farei certamente la mia parte. Ai giocatori di oggi invidio solo le veline...».

In chi si rivede nel calcio dei giorni nostri?

«Non mi piace fare paragoni, ogni giocatore ha le sue caratteristiche. Ero un attaccante forte ma non completo, potrei fare tanti nomi ma mi astengo».

Chi vince lo scudetto?

«Sarà un duello Inter-Juve. Non credo che il Napoli abbia la forza per tenere fino all’ultimo».

Pallone d'Oro: Messi, Ronaldo o Neymar?

«Messi. Il più forte e il più decisivo dei tre».

Perché Altafini non ha mai fatto l'allenatore?

«Non sarei stato capace. Soprattutto nella gestione di 23 teste. Undici in campo, tutti gli altri ad avercela con me. No, non sono mai stato bravo nei rapporti diplomatici...».

Un aneddoto sul Messina che ai tuoi tempi militava in A?

«Ero molto amico di Benitez. Mi raccontava che nelle trasferta al Nord l’Acr sceglieva sempre l’hotel più scarso. Mi diceva che alloggiavano in alberghi (ride...) che non avevano neanche una stella, il cui bagno era fuori dalla camera. E per fare colazione il massaggiatore passava dalle camere e dava 200 lire a ciascun giocatore per farla al bar. Altri tempi...».

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La scheda

Jose Altafini è il quarto bomber della storia della Serie A, con 216 gol, dietro Piola, Totti e Noerdahl. In Italia ha vestito le maglie di Milan (120 gol), Napoli (71) e Juventus (25) vincendo 4 scudetti, una Coppa Campioni, due titoli cannonieri (A e Campioni). Con la maglia del Brasile ha giocato con Pelè e vinto il Mondiale in Svezia del 1958.

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