Da Palermo al resto della Sicilia per due weekend

Trovare la via per i "nostri" tesori

Chiese, ville, gallerie, musei, giardini: alla (ri)scoperta di Messina, Siracusa, Agrigento e Caltanissetta

Trovare la via per i "nostri" tesori

Il simbolo di Messina: il forte San Salvatore e la Madonnina

E’ sempre quella, la storia: i “nostri tesori”. Nascosti, seppelliti come quelli dei pirati. Eppure noti in tutto il mondo, descritti nei libri e persino nei dépliant, ma talora del tutto invisibili: o perché colpiti dal destino comune a tanti beni culturali nella stagione dei tagli, o perché semplicemente ignorati, mai inseriti in un tessuto vivo di rapporto col territorio. Può capitare di viverci accanto, e non saperne nulla. Eppure sono indispensabili per ritrovare una narrazione di noi stessi di cui noi, le nostre città, il nostro mondo hanno grande bisogno.
Solo pochi mesi fa, su queste stesse colonne, avevamo salutato un evento capitale, in questo senso: la riapertura, nella sua splendida interezza, del MuMe, il Museo interdisciplinare regionale di Messina. Un’eredità ricchissima, una macchina viva destinata a produrre appartenenza, identità, orgoglio: perché la memoria non è archivio statico, ma costruzione attuale e continua. E ri-costruire attivamente memoria – una città terremotata come Messina lo sa molto bene – significa costruire identità, presenza, futuro. Anche le sale del MuMe fanno parte, oggi, del circuito di ben 28 “tesori” messinesi – chiese, cripte, giardini, gallerie, parchi, ville, palazzi – che per due weekend (dal 15 al 17 e poi dal 22 al 29 settembre) si potranno visitare, al costo simbolico di 1 o 2 euro, accompagnati da esperte guide che “racconteranno” il luogo, le sue radici nel passato condiviso, il suo posto nella storia della città.
Accadrà la stessa cosa a Siracusa, Agrigento e Caltanissetta: è il primo progetto-pilota che s’allarga oltre Palermo, dove il Festival “Le vie dei Tesori” è nato undici anni fa, e dove quest’anno verrà riproposto per tutti i weekend di ottobre. A Palermo il successo è stato grandissimo, con numeri da capogiro (lo scorso anno 215mila visite in 15 giorni), tanto che le “vie dei Tesori” si sono moltiplicate e tornano a riaprirsi ogni anno, segnando ogni volta percorsi nuovi, “leggendo” ogni volta un altro pezzo di storia, di anima della città.
Ed è questa, l’opportunità da cogliere. Per tutte le comunità, certo, ma forse con più forza ancora per quelle dello Stretto, per Messina, la città spezzata che ancora oggi – cento anni dopo l’ultimo dei grandi eventi luttuosi che l’hanno colpita più volte, nella sua storia millenaria – fatica a trovare la sua propria narrazione identitaria, il filo della sua storia.
Non si tratta soltanto – anche se non è poco – di scoprire che la chiesa di San Tommaso il Vecchio (in via Romagnosi) fu anche un forno; che al Museo provinciale del ‘900 (strada comunale Scoppo) ci si riparava durante gli allarmi per i bombardamenti della seconda guerra mondiale; che al MuMe s’incrociano tutti i frammenti della città caduta e risorta più volte, coi numi tutelari di due Caravaggio e due Antonello. Non si tratta soltanto – anche se non è poco – di srotolare all’indietro una storia di millenni, attraverso miti, leggende, racconti favolosi: per ogni luogo la voce viva della guida non solo darà date, cifre, nomi, ma ristabilirà la “temperatura emotiva” dei simboli che quel luogo porta con sé.
Si tratta di una cosa in qualche modo capitale: rinnovare il nostro rapporto con la bellezza. Rinnovare il nostro patto amoroso col passato, con la sua persistenza, con la sua assoluta necessità.
“Le vie dei Tesori” nasce all’insegna della necessaria collaborazione tra privato e pubblico: le istituzioni cittadine e regionali non dovranno limitarsi a mettere a disposizione, aprire i luoghi, ma speriamo si sforzino di presentarli nel migliore dei modi. Ieri, la conferenza stampa di presentazione delle “Vie dei Tesori” è avvenuta in uno di essi, l’ex chiesa del Buon Pastore, sede della Soprintendenza: per arrivarci si percorre una scalinata infestata dalle erbacce. Una metafora, in un certo senso. Ecco, quello che ci importa è costruire – tutti assieme – l’antimetafora: la comunità che si appropria, orgogliosa, dei “suoi” tesori. Tagliando via le erbacce, rimuovendo gli ostacoli, mostrandone la bellezza antica, nuova.

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