Messina

Incontro con l’attore
Roberto Herlitzka

Nell'ambito de “La valigia dell’attore“, rassegna sul teatro e i suoi protagonisti ideata da Daniele Gonciaruk e condotta dallo stesso regista con Marco Bonardelli.

Incontro con l’attore  Roberto Herlitzka

Quarto appuntamento il 21 gennaio scorso all’Hotel Messenion con “La valigia dell’attore“, rassegna sul teatro e i suoi protagonisti ideata da Daniele Gonciaruk e condotta dallo stesso regista con Marco Bonardelli. Ospite del dibattito/confronto con gli allievi della Scuola Sociale di Teatro l’attore Roberto Herlitzka, protagonista al Vittorio Emanuele dello spettacolo “Minetti” (in scena fino al 22), per la regia di Roberto Andò. Un testo forte, che parla di teatro, ma anche della vita di tutti, affrontando le fragilità del mestiere di attore, attraverso la vicenda di un artista in attesa della sua ultima performance nel ruolo di Re Lear. Potrebbe sembrare un omaggio al mondo classico, se non fosse per l’autore Thomas Bernhard, vissuto nell’emarginazione dal contesto culturale del suo tempo a causa della dichiarata avversione nei confronti della cultura classica. La sua condizione di individuo isolato l’ha trasferita e metaforizzata nella vicenda dell’attore Minetti - ha affermato Herlitzka – che ha aggiunto di sentirsi in sintonia con l’autore più che con il personaggio: ” L’autore ha un modo di scrivere a me più congeniale; qualunque cosa lui scriva è fatta di parole che io riesco a dire agli altri. Ho vissuto una sorta di predisposizione.”. Secondo Daniele Gonciaruk, Herlitzka ha dato prova della sua immensa capacità attoriale rendendo il sentimento di solitudine del personaggio, condizione tipica di chi vive la passione per la recitazione. “La solitudine è un concetto che fa parte del nostro bagaglio emozionale – ha confermato il grande attore torinese - ma ci tengo a dire che anche il pubblico la vive e la riconosce, perché gode di ciò che rappresentiamo, e si può immedesimare. Se l’esperienza l’hai vissuta sei più attrezzato, e l’attore puoi immaginare, descrivere e sentire tutto.”. Ma la solitudine dell’attore può essere anche un vissuto non condivisibile col pubblico, connesso alla fine dello spettacolo, alle luci che si spengono sul protagonista che rimane solo ad affrontare i sentimenti connessi al successo o alla condanna della sua performance. Lo ha sottolineato Marco Bonardelli che ha specificato come la percezione di solitudine sia connessa alla tanto discussa ”fragilità” dell’attore, che lo rende esposto all’approvazione o alla critica tanto del suo del suo pubblico quanto di chi recensisce la sua performance. “Ogni sera è la fine, nel senso che uno spettacolo teatrale ogni sera sparisce: questo è il fascino e la tragedia del teatro – ha specificato Herlitzka - . La fragilità c’è perché noi dipendiamo dal giudizio degli altri. Piacere a se stessi è la cosa principale, ma anche se il senso critico può bloccare. Noi dipendiamo dal pubblico: l’interesse ci esalta e l’indifferenza ci ferisce. E’ come essere davanti a un plotone di esecuzione: puoi essere assolto come condannato.”. Ma la capacità di recitare, ha concluso il grande attore, sta soprattutto nello studio sulla parola, come lui stesso ha imparato dal grande maestro Orazio Costa: “ E’ un dono per l’attore quello di essere sedotto dal linguaggio per estrapolarne il senso. Ogni parola contiene il personaggio e il suo dramma. E’ la parola la quintessenza dell’arte.”.

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