Romanzo di Buttafuoco

Scipione Cicala
da Messina a Istanbul

Il celebre rinnegato, conosciuto come Sinan Bassà, venne catturato e chiuso nel Serraglio per poi scalare le più alte cariche dell'Impero Ottomano

Scipione Cicala
da Messina a Istanbul

 

Marcello Mento
Gli ambasciatori veneziani a Costantinopoli, nei rapporti che inviavano periodicamente in patria, lo descrivevano sempre «sprezzatore di chicchessia, arrogante perfino col Sultano, bugiardo, ingannatore, avido di ricchezze», non mancando, nel contempo, di riconoscergli doti d'intelligenza e di coraggio, cercando in tutti i modi di farselo alleato.
Scipione Cicala, detto Sinan Bassà, è tra i tanti rinnegati cristiani che combatterono al soldo dell'Impero ottomano, senz'altro il più importante e famoso. Tanto famoso che le sue gesta nel tempo hanno trovato spesso chi le riecheggiasse in canzoni e in pagine letterarie, come nel caso di Fabrizio De Andrè che nel suo "Creuza de ma", dedicò uno dei suoi brani più belli proprio a Sinan Capudan Pascià, e più di recente lo scrittore catanese, Pietrangelo Buttafuoco, che ha scritto l'intenso romanzo "Il lupo e la Luna".Nato a Messina nel 1544 dal capitano di mare genovese Visconte della nobile e famosa casata dei Cicala e dalla misteriosa schiava turca Lucrezia, Cicala-Zadè (cioè figlio di Cicala) deve la sua notevole fama all'abilità politica e più ancora militare che dimostrò nella rapidissima e prestigiosa scalata alle più alte cariche della Grande Porta. In pochi anni, infatti, egli passò dal comando di poche galee, a capo dei giannizzeri, per diventare quindi Capudan Pascià, cioè ammiraglio della flotta, fino a ricoprire, anche se per poche settimane, la carica di Gran Visir, per non dire del governatorato di Bagdad essendosi distinto nella lunga guerra contro i Persiani. In tutto questo un ruolo decisivo lo svolse sia il favore di cui godette da parte del Sultano, che l'enorme ricchezza di cui Scipione Cicala potè disporre grazie al matrimonio con Xano Ssaliha Sultana, nipote di Suleiman e figlia del Gran Visir Ahmed. Ricchezza che lo aiutò in maniera considerevole nel conquistare e mantenere un ruolo decisivo all'interno del potere ottomano, anche in presenza della feroce opposizione del primo visir Ferhat. Ma com'era finito a Costantinopoli Scipione Cicala? Era stato catturato dai corsari guidati da Dragut al largo di Marettimno, alle Egadi, mentre con il padre Visconte veleggiava verso la Spagna. Era il 18 marzo del 1561 e Scipione aveva appena 17 anni. Secondo di tre figli, il futuro comandante della flotta turca era quello che più somigliava al padre per temperamento e spirito guerriero e quindi quando l'età lo permise Visconte lo portò con sé nelle pericolose scorrerie che egli compiva abitualmente contro le navi turche e barbaresche.Condotti alla presenza di Suleiman al giovane Cicala venne data la possibilità di barattare la libertà del padre con la sua conversione al Corano. Accettò, venne circonciso e rinchiuso nel Serraglio. Visconte secondo alcune versioni tornò a Messina, dove morì a 60 anni, come si poteva leggere sulla sua tomba (realizzata dal Calamech) ubicata all'interno della chiesa di San Domenico. Da dove, dopo il 1908 venne trasferita al Museo regionale. Un'altra versione racconta che Visconte, rimasto ferito durante la cattura, morì il 12 dicembre 1564, nel carcere delle Sette Torri, in Turchia.Un punto importante a suo favore, nel lungo braccio di ferro con Ferhat, Sinan Bassà lo mette a segno quando dona al Sultano 200 mila zecchini, ottenendo in cambio la prestigiosa carica di Capudan Pascià.Questa sua ascesa è vista come il fumo negli occhi dai Veneziani, che lo giudicano «smargiasso e fanfarone», mosso da una inestinguibile sete di potere e danaro. Gli Spagnoli con lui, invece, tentano una carta diversa, quella della diplomazia e degli affetti (da leggersi in questa chiave i frequenti viaggi del fratello Carlo a Istanbul), tenuto conto che tutta la famiglia del rinnegato vive a Messina, dotto il dominio del vicerè iberico.Ma sarà per non insospettire i suoi nemici all'interno della Porta, che il primo settembre 1594, in una delle sue tante scorrerie nel Mediterraneo, si fermò nello Stretto di Messina per chiedere al vicerè di Sicilia duca di Maqueda di poter incontrare la madre Lucrezia. Ma non venne accontentato. La sua reazione fu terribile: attaccò e saccheggiò i centri di Bovalino, Careri e Ardore. Subito dopo toccò a Reggio, che venne messa a ferro e fuoco, senza che all'orizzonte si vedesse una nave spagnola. La flotta, comandata da Giannandrea Doria, arrivò il 25 settembre, quando ormai la città era stata distrutta. Molti osservatori, specie i veneziani e il Pontefice Clemente VIII, insinuarono che si trattò di una sorta di messinscena, proprio per sviare i sospetti di segreta intelligenza tra Sinan e Filippo II.Morto il Sultano Amurat III il 16 gennaio 1595, Sinan Bassà venne privato del Capitanato del mare. Ma il suo allontanamento è solo momentaneo, perché il nuovo sultano Murad III, nell'agosto dello stesso anno lo inviò in Ungheria, dove da anni i turchi combattevano senza risultati. Il 5 ottobre Sinan partecipa all'epica battaglia di Mezö-Keresztes, ribaltando l'esito dello scontro quando l'arciduca Massimiliano sembrava averla avuta vinta. Questo rivaluta enormemente Cicala, che ottiene di essere reintegrato nella carica di Capudan Pascià. Siamo nella primavera del 1598. Quello stesso autunno alla testa di 50 galee Sinan Bassà getta l'ancora davanti a Pellaro. Rapidamente sulla costa calabrese - che quattro anni prima era stata depredata - si diffonde il terrore. Ma questa volta Cicala non aveva veleggiato verso lo Stretto di Messina con intenti bellici, bensì per chiedere ancora una volta di poter rivedere la madre Lucrezia, che egli non vedeva da ben 37 anni.«S'adesso vi manderanno - scrive in una toccante lettera alla madre -, acciò complisse secondo il gran desiderio che io tengo di vedervi, e che non resti in questo mondo privo della vista vostra. Io vi prometto rimandarvi, sicché se voi m'amte, come io amo a voi, cercarete licentia di venirmi a vedere».Stavolta il permesso il vicerè soagnolo glielo accorda e Scipione può riabbracciare la madre a bordo della sua nave.La madre partì insieme a figli, nipoti ed amici in una galea siciliana, sulla quale furono imbarcati anche frutta, dolci e altre prelibatezze. «Di là Scipione - scrive lo storico messinese Gaetano Oliva - subito che ebbe visto la madre, fece sparare salva reale a tutti i suoi legni, e fattosi all'ultimo gradino della scala di fuoribordo, con affetto di figlio rispettoso, teneramente piangendo abbracciolla».Sei mesi dopo aver incontrato la madre, Cicala, nell'estate del 1599, ritenne giunto il momento di realizzare un suo ambizioso progetto: la conquista della Calabria, che proprio in quel periodo accarezzava l'idea di sollevarsi contro la Spagna. A ispirare questo disegno fu tommaso Campanella, domenicano, noto per il trattato filosofico "Città del Sole". Rinchiuso diverse volte in carcere per le sue idee, nel 1599 tornò nella natia Stilo, con lo scopo proprio di organizzare la rivolta contro gli spagnoli. Tra il Campanella e il Cicala ci furono contatti grazie ai tanti calabresi rifugiati a Istanbul. A comandare la congiura Maurizio de Rinaldi, che doveva dare avvio all'insurrezione entrando nottetempo a Catanzaro con 3-400 uomini, contando sull'appoggio dei turchi di Sinan Bassà. Ma Cicala, ancorato nel Golfo di Squillace non ricevette nessun segnale. I congiurati infatti vennero arrestati tutti. Cinque anni dopo lo troviamo al comando sul fronte occidentale, dov'era scoppiata una nuova guerra tra Ottomani e Persiani. La sua campagna fu disastrosa ed egli subì una sconfitta cocente del tutto simile a quella che aveva inflitto agli ungheresi. Morì di crepacuore il 2 dicembre 1605.
di Marcello Mento

 

Gli ambasciatori veneziani a Costantinopoli, nei rapporti che inviavano periodicamente in patria, lo descrivevano sempre «sprezzatore di chicchessia, arrogante perfino col Sultano, bugiardo, ingannatore, avido di ricchezze», non mancando, nel contempo, di riconoscergli doti d'intelligenza e di coraggio, cercando in tutti i modi di farselo alleato. Scipione Cicala, detto Sinan Bassà, è tra i tanti rinnegati cristiani che combatterono al soldo dell'Impero ottomano, senz'altro il più importante e famoso. Tanto famoso che le sue gesta nel tempo hanno trovato spesso chi le riecheggiasse in canzoni e in pagine letterarie, come nel caso di Fabrizio De Andrè che nel suo "Creuza de ma", dedicò uno dei suoi brani più belli proprio a Sinan Capudan Pascià, e più di recente lo scrittore catanese, Pietrangelo Buttafuoco, che ha scritto l'intenso romanzo "Il lupo e la Luna".

Nato a Messina nel 1544 dal capitano di mare genovese Visconte della nobile e famosa casata dei Cicala e dalla misteriosa schiava turca Lucrezia, Cicala-Zadè (cioè figlio di Cicala) deve la sua notevole fama all'abilità politica e più ancora militare che dimostrò nella rapidissima e prestigiosa scalata alle più alte cariche della Grande Porta. In pochi anni, infatti, egli passò dal comando di poche galee, a capo dei giannizzeri, per diventare quindi Capudan Pascià, cioè ammiraglio della flotta, fino a ricoprire, anche se per poche settimane, la carica di Gran Visir, per non dire del governatorato di Bagdad essendosi distinto nella lunga guerra contro i Persiani. In tutto questo un ruolo decisivo lo svolse sia il favore di cui godette da parte del Sultano, che l'enorme ricchezza di cui Scipione Cicala potè disporre grazie al matrimonio con Xano Ssaliha Sultana, nipote di Suleiman e figlia del Gran Visir Ahmed. 

Ricchezza che lo aiutò in maniera considerevole nel conquistare e mantenere un ruolo decisivo all'interno del potere ottomano, anche in presenza della feroce opposizione del primo visir Ferhat. Ma com'era finito a Costantinopoli Scipione Cicala? Era stato catturato dai corsari guidati da Dragut al largo di Marettimno, alle Egadi, mentre con il padre Visconte veleggiava verso la Spagna. Era il 18 marzo del 1561 e Scipione aveva appena 17 anni. Secondo di tre figli, il futuro comandante della flotta turca era quello che più somigliava al padre per temperamento e spirito guerriero e quindi quando l'età lo permise Visconte lo portò con sé nelle pericolose scorrerie che egli compiva abitualmente contro le navi turche e barbaresche.Condotti alla presenza di Suleiman al giovane Cicala venne data la possibilità di barattare la libertà del padre con la sua conversione al Corano. 

Accettò, venne circonciso e rinchiuso nel Serraglio. Visconte secondo alcune versioni tornò a Messina, dove morì a 60 anni, come si poteva leggere sulla sua tomba (realizzata dal Calamech) ubicata all'interno della chiesa di San Domenico. Da dove, dopo il 1908 venne trasferita al Museo regionale. Un'altra versione racconta che Visconte, rimasto ferito durante la cattura, morì il 12 dicembre 1564, nel carcere delle Sette Torri, in Turchia.Un punto importante a suo favore, nel lungo braccio di ferro con Ferhat, Sinan Bassà lo mette a segno quando dona al Sultano 200 mila zecchini, ottenendo in cambio la prestigiosa carica di Capudan Pascià.

Questa sua ascesa è vista come il fumo negli occhi dai Veneziani, che lo giudicano «smargiasso e fanfarone», mosso da una inestinguibile sete di potere e danaro. Gli Spagnoli con lui, invece, tentano una carta diversa, quella della diplomazia e degli affetti (da leggersi in questa chiave i frequenti viaggi del fratello Carlo a Istanbul), tenuto conto che tutta la famiglia del rinnegato vive a Messina, dotto il dominio del vicerè iberico.Ma sarà per non insospettire i suoi nemici all'interno della Porta, che il primo settembre 1594, in una delle sue tante scorrerie nel Mediterraneo, si fermò nello Stretto di Messina per chiedere al vicerè di Sicilia duca di Maqueda di poter incontrare la madre Lucrezia. Ma non venne accontentato.

 La sua reazione fu terribile: attaccò e saccheggiò i centri di Bovalino, Careri e Ardore. Subito dopo toccò a Reggio, che venne messa a ferro e fuoco, senza che all'orizzonte si vedesse una nave spagnola. La flotta, comandata da Giannandrea Doria, arrivò il 25 settembre, quando ormai la città era stata distrutta. Molti osservatori, specie i veneziani e il Pontefice Clemente VIII, insinuarono che si trattò di una sorta di messinscena, proprio per sviare i sospetti di segreta intelligenza tra Sinan e Filippo II.

Morto il Sultano Amurat III il 16 gennaio 1595, Sinan Bassà venne privato del Capitanato del mare. Ma il suo allontanamento è solo momentaneo, perché il nuovo sultano Murad III, nell'agosto dello stesso anno lo inviò in Ungheria, dove da anni i turchi combattevano senza risultati. Il 5 ottobre Sinan partecipa all'epica battaglia di Mezö-Keresztes, ribaltando l'esito dello scontro quando l'arciduca Massimiliano sembrava averla avuta vinta. Questo rivaluta enormemente Cicala, che ottiene di essere reintegrato nella carica di Capudan Pascià. Siamo nella primavera del 1598. 

Quello stesso autunno alla testa di 50 galee Sinan Bassà getta l'ancora davanti a Pellaro. Rapidamente sulla costa calabrese - che quattro anni prima era stata depredata - si diffonde il terrore. Ma questa volta Cicala non aveva veleggiato verso lo Stretto di Messina con intenti bellici, bensì per chiedere ancora una volta di poter rivedere la madre Lucrezia, che egli non vedeva da ben 37 anni.«S'adesso vi manderanno - scrive in una toccante lettera alla madre -, acciò complisse secondo il gran desiderio che io tengo di vedervi, e che non resti in questo mondo privo della vista vostra. Io vi prometto rimandarvi, sicché se voi m'amte, come io amo a voi, cercarete licentia di venirmi a vedere».

Stavolta il permesso il vicerè soagnolo glielo accorda e Scipione può riabbracciare la madre a bordo della sua nave.La madre partì insieme a figli, nipoti ed amici in una galea siciliana, sulla quale furono imbarcati anche frutta, dolci e altre prelibatezze. «Di là Scipione - scrive lo storico messinese Gaetano Oliva - subito che ebbe visto la madre, fece sparare salva reale a tutti i suoi legni, e fattosi all'ultimo gradino della scala di fuoribordo, con affetto di figlio rispettoso, teneramente piangendo abbracciolla».

Sei mesi dopo aver incontrato la madre, Cicala, nell'estate del 1599, ritenne giunto il momento di realizzare un suo ambizioso progetto: la conquista della Calabria, che proprio in quel periodo accarezzava l'idea di sollevarsi contro la Spagna. A ispirare questo disegno fu tommaso Campanella, domenicano, noto per il trattato filosofico "Città del Sole". Rinchiuso diverse volte in carcere per le sue idee, nel 1599 tornò nella natia Stilo, con lo scopo proprio di organizzare la rivolta contro gli spagnoli. 

Tra il Campanella e il Cicala ci furono contatti grazie ai tanti calabresi rifugiati a Istanbul. A comandare la congiura Maurizio de Rinaldi, che doveva dare avvio all'insurrezione entrando nottetempo a Catanzaro con 3-400 uomini, contando sull'appoggio dei turchi di Sinan Bassà. Ma Cicala, ancorato nel Golfo di Squillace non ricevette nessun segnale. I congiurati infatti vennero arrestati tutti. Cinque anni dopo lo troviamo al comando sul fronte occidentale, dov'era scoppiata una nuova guerra tra Ottomani e Persiani. La sua campagna fu disastrosa ed egli subì una sconfitta cocente del tutto simile a quella che aveva inflitto agli ungheresi. Morì di crepacuore il 2 dicembre 1605.

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