MESSINA

Il “tesoro” dei Genovese, 10 indagati

Chiusa l’inchiesta che vede coinvolta quasi tutta la famiglia, a partire da Francantonio e il figlio Luigi. Torna l’accusa di riciclaggio, cassata dal Riesame. C’è anche il notaio Paderni

Il “tesoro” dei Genovese, 10 indagati

Sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, riciclaggio, impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita. Sono questi i reati per cui, a vario titolo, sono in dieci sotto inchiesta a chiusura delle indagini preliminari condotte dai sostituti procuratori Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti sul “tesoro nascosto” in Svizzera prima, a Montecarlo poi, della famiglia Genovese. Agli otto indagati che si conoscevano già (Francantonio Genovese con il figlio Luigi Genovese, la sorella Rosalia Genovese, il nipote Marco Lampuri, il cognato Franco Rinaldi, la moglie Chiara Schirò, la cognata Elena Schirò, la società L&A Group srl) si sono aggiunti il notaio Stefano Paderni ed il giovane Daniele Rizzo, altro nipote di Francantonio Genovese.

Riappare, dunque, l’accusa di riciclaggio, che era “caduta” nel dicembre del 2017 quando il Riesame l’aveva cassata (su istanza della difesa guidata dall’avvocato Nino Favazzo), confermando invece la maxi evasione fiscale per cui il gip Salvatore Mastroeni, nel novembre scorso, aveva siglato un decreto di sequestro preventivo per oltre venti milioni di euro, su richiesta del procuratore capo Maurizio De Lucia, dell’aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto Fabrizio Monaco.

La Procura accende i fari sulle società considerate “casseforti di famiglia” dei Genovese. Come la Gefin. Francantonio Genovese, che era socio unico al 99%, il nipote Lampuri come amministratore, Rinaldi quale socio di maggioranza, Chiara Schirò come delegata dai soci ed il giovane Luigi Genovese quale co-amministratore dal 16 settembre 2016 e “prestanome-beneficiario dell’operazione”, sono accusati di aver consentito a Francantonio Genovese stesso di sottrarsi al pagamento delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto, ma anche degli interessi e delle sanzioni amministrative comminate dalla Commissione tributaria, per un totale di 16,3 milioni di euro. Come? Facendo subentrare nella titolarità delle quote il figlio Luigi. Dopo un primo aumento di capitale, ne veniva deciso un altro, anche per sfuggire alle azioni di Riscossione Sicilia in seguito al pignormaento delle quote societarie, consentendo a Luigi Genovese di arrivare a quota 99% della titolarità delle azioni. Qui entra in gioco anche il notaio Stefano Paderni, che ha stipulato tutti gli atti «nonostante la loro evidente natura fraudolenta», scrivono i sostituti Monaco e Carchietti.

Luigi Genovese e Marco Lampuri sono poi accusati di aver compiuto operazioni che hanno ostacolato l’identificazione della provenienza illecita di denaro. Quello ottenuto dal presunto riciclaggio dei genitori del neo deputato, Francantonio Genovese e Chiara Schirò. La stessa operazione messa in piedi con la Gefin viene poi eseguita con la Gepa srl, altra società, altra “cassaforte” di Genovese senior. E anche qui a subentrargli è il figlio Luigi, con gli stessi meccanismi.

Un vasto giro che trae origine da lontano. Dai fondi portati in Svizzera di un altro Genovese, un altro Luigi. Il padre di Francantonio, deceduto nell’estate del 2015.

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