Messina

Così lo Stretto sarà fuori da tutto

La “Via della Seta” rafforzerà Venezia e Genova, il Sud sempre più emarginato. CapitaleMessina: ci vuole una sollevazione contro queste politiche inique

Così lo Stretto sarà fuori da tutto

L’Italia dei porti si fermerà definitivamente a Venezia-Trieste e, sul fronte occidentale, a Genova-La Spezia. Se non si avrà il coraggio di porre – ma sul serio, non con argomenti buoni da spendere in qualche convegno a fini elettoralistici – la vera irrisolta questione meridionale, nel prossimo decennio le già eclatanti differenze tra le varie aree del Paese avranno un effetto letale. E il grande contenitore immaginato dal Governo nazionale con l’Autorità di sistema portuale del Tirreno Meridionale facente capo a Gioia Tauro con dentro tutti i porti calabresi assieme a Messina e Milazzo, si rivelerà per quello che oggi si teme che sia: un’enorme menzogna, un tentativo patetico di salvare il megaporto in crisi (Gioia Tauro) depredando di risorse gli unici porti attivi (Messina-Milazzo).

Sono ancora loro, i rappresentanti dei movimenti che hanno dato vita alla mobilitazione culminata con il “Manifesto del 29 aprile” sulle questioni infrastrutturali del Mezzogiorno d’Italia e dell’area dello Stretto, a sollevare giustamente un caso che non può passare nel silenzio (complice) di quasi tutta la classe politica.

«Con la “Via della Seta” – affermano Pino Falzea e Gianfranco Salmeri, presidente e vicepresidente di CapitaleMessina – il Sud è tagliato completamente fuori dalle scelte inique del Governo. Stiamo continuando a scontare le nefaste conseguenze della debolezza infrastrutturale dei nostri territori, frutto delle inique politiche di penalizzazione sul piano degli investimenti, messe in atto dai vari Governi. È bene che su questo non si abbassi il livello di attenzione politica. Non lo stiamo scoprendo noi, infatti, che esiste uno storico squilibrio di attribuzione di risorse tra Nord e Mezzogiorno, tant'è che in un recente rapporto Svimez si è calcolato che, al ritmo attuale degli investimenti in infrastrutture, al Sud serviranno "appena" 400 anni per riallinearsi con il Nord Italia. E questo dà la cifra del gap infrastrutturale (dove per infrastrutture non si intendono solo strade e porti, ma anche scuole, università, ospedali e altro) tra il Mezzogiorno e la parte più sviluppata del Paese.

Ed illuminante della sperequazione che i Governi applicano tra Sud e Nord è ciò che si legge nell'aggiornamento 2015 del Contratto di programma del Governo con Ferrovie: su una cifra complessiva di 73 miliardi e 600 milioni di investimenti, sono destinati al Sud solo 13 miliardi e 800 milioni, pari al 19% del totale dello stanziamento. Mentre il Mezzogiorno rappresenta il 40% del territorio nazionale, il 34% della popolazione ed il 24% delle tasse pagate in Italia. Come è noto la Cina sta avviando un programma multimiliardario di investimenti per la cosiddetta “Via della Seta”, una rete di corridoi di comunicazione ferroviari e marittimi, per gli scambi commerciali Est-Ovest. Ovviamente i territori attraversati da queste vie avranno enormi ricadute in termini di benefici economici e di sviluppo.

Ebbene il Governo italiano ha offerto ai cinesi gli snodi portuali di Trieste-Venezia e Genova quali terminali marittimi per la “Via della Seta”, tagliando fuori tutto il Sud Italia.

Certo, se i porti siciliani, Augusta in primis, e la calabrese Gioia Tauro, fossero collegati al resto d'Europa grazie al collegamento ferroviario ad Alta velocità/alta capacità Salerno-Reggio Calabria, la struttura di attraversamento stabile dello Stretto, e l'Alta velocità/alta capacità in Sicilia, diventerebbero i terminali naturali delle navi portacontainer, incluse le cinesi, provenienti da Oriente, perché i più vicini al punto di ingresso nel Mediterraneo, cioè il canale di Suez. Con la naturale conseguenza che il sistema portuale dell'Italia settentrionale rischierebbe seriamente di perdere la sfida con i porti del Sud. Forse è questo il motivo principale per cui nel Def del governo Gentiloni, si sceglie di non investire, o investire chissà quando, nelle infrastrutture che renderebbero competitivi i porti meridionali. Tutto ciò a confermare l'iniqua visione del Piano strategico della portualità e della logistica del 2015, che delinea una chiara differenziazione tra i porti del Nord con funzione di gateway, quindi distributori di ricchezza nel territorio e quelli del Sud a vocazione transhipment, scollegati dal territorio circostante e destinati al declino». Analisi ineccepibile. «Ribadiamo la necessità – concludono i promotori, assieme alla Rete civica, del “Manifesto del 29 Aprile” – di aprire un serio contenzioso politico col Governo, per pretendere un riequilibrio della distribuzione delle risorse tra Nord e Sud».

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