Pon

Davigo e Ardizzone
si scontrano sul Ponte

Il magistrato: il Ponte unisce il «nulla» Il presidente dell'Ars: parole inaccettabili. Delrio: «L’opera sullo Stretto di Messina non sarà una cattedrale nel deserto»

Ardizzone-Davigo  si scontrano sul Ponte

È un copione già visto: il sasso nello stagno, l’acqua placida che improvvisamente si agita e i cerchi concentrici che sfumano, fino a quando l’acqua riprende la sua forma naturale.

Questa volta, però, non è il Roberto Vecchioni di turno (o il Venditti in versione calabrese) a lasciarsi scappare una frase di troppo sulle vituperate Sicilia e Calabria, sentine di tutti i vizi ma sempre pronte e “fumantine” quando si tratta di difendere l’orgoglio sudista dalle incursioni “straniere”. Nello stagno - in questo caso nello Stretto di Messina - si tuffa “a bomba” Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, alfiere di quel pool milanese che ha segnato una svolta nella storia giudiziaria italiana. Il presidente dell’Anm stronca la sempreverde e intramontabile ipotesi del ponte che dovrebbe unire Sicilia e Calabria: «Quando sono andato al sud in campagna elettorale per il Comitato direttivo centrale – ha detto nel corso del suo intervento alla trasmissione “Gli Intoccabili”, condotta da Klaus Davi – mi sono reso conto, guardando gli orari dei treni, che in Calabria e Sicilia è praticamente impossibile muoversi agevolmente. Trasferte e spostamenti in quelle regioni richiedono ore e ore. Sono abituato ad andare da Milano a Roma in sole tre ore».

Un’inconfutabile rappresentazione della realtà, tanto vera e inoppugnabile quanto ovvia per siciliani e calabresi, abituati a convivere con una verità secolare che si è fatta pelle, refrattaria anche alle scottature. Ma non quando a bruciare è l’orgoglio. Ed ecco che Davigo si avventura in un terreno minato:_ «Quanto al ponte, mi sembra un ponte che porterebbe dal nulla al nulla: se non ci sono strutture efficienti da una parte e dall’altra non si capisce perché si dovrebbe fare un ponte». Lo “stagno” prende la forma dello Stretto di Messina, dove le potenti correnti ioniche e tirreniche diventano tumultuose. E così il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Giovanni Ardizzone, rompe il mormorio di indignazione, provocato dalle parole avventate di Davigo. E ci mette la faccia, senza farsi intimorire: «A che titolo il presidente dell'Associazione nazionale magistrati interviene sul tema ponte sullo Stretto e con termini così trancianti? Nel merito (sì o no) si può discutere, ma è inaccettabile sostenere che il ponte porterebbe “dal nulla al nulla”. Messina e Reggio Calabria sono state fiorenti città della Magna Grecia, così come la Sicilia e la Calabria, due Regioni splendide per cultura e culle di antiche civiltà». L’invito è perentorio: «Non ci aspettiamo le scuse – conclude Ardizzone – ma che almeno Davigo chiarisca il significato di quel nulla». E forse non sarebbe sbagliato se il presidente dell’Anm, con il suo peso istituzionale, facesse un passo “a latere” per chiarire il senso del “nulla”. È immaginabile che volesse spronare le due regioni a pretendere strade e ferrovie alla milanese, evitando fughe in avanti attraverso un ponte sospeso su una rete di trasporti che non c’è. Al massimo rischierebbe un’accusa di “sconfinamento” rispetto al suo ruolo di presidente dell’Anm. Certo, è difficile pensare a un Davigo travestito da “ministro ombra” con la missione di sparigliare i progetti (elettorali) del governo, trascurando gli effetti collaterali su Sicilia e Calabria.

D’altronde il ministro Graziano Delrio ha aumentato il passo sul ponte di Messina, riaprendo uno scenario che sembrava lontano: «Abbiamo stanziato un miliardo di euro per la cura delle periferie, abbiamo un piano per il dissesto idrogeologico, sulle scuole. Solo per la manutenzione delle strade in Sicilia abbiamo stanziato un miliardo di euro nei prossimi cinque anni. E nel 2018 la linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria avrà una velocità media di 140 chilometri orari contro gli 80 di adesso. Il Ponte non è una cattedrale nel deserto». O, per dirla alla Davigo, nel «nulla».

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