Intervista

Don Ciotti: antimafia da cambiare

Don Ciotti: antimafia da cambiare

La voce rauca, accompagnata dal respiro perennemente affannato di don Luigi Ciotti, risuona alta da alcuni giorni a Messina. Lunedì prossimo sarà proprio qui la grande giornata di Libera per tutte le vittime di mafia. Ieri è venuto a trovarci alla Gazzetta, e abbiamo fatto una chiacchierata.

Don Luigi, la parola antimafia ormai è svuotata di ogni significato credibile, soltanto uno slogan, anzi sta forse diventando un valore “negativo”, lei cosa propone per andare oltre oggi?

Propongo di non fermarci alle parole. Su “antimafia” Libera lanciò un allarme due anni fa, a Roma, prima dell’incontro del Papa con i familiari delle vittime. Denunciammo l’antimafia di facciata, di circostanza, usata per coprire giochi di potere o attività illegali. Andare oltre significa allora smascherare l’ipocrisia delle parole e guardare ai fatti. Sono le cose, infine, a testimoniare, a fornire il metro di valutazione più attendibile, a smentire chi sull’antimafia ha costruito false credenziali.

Torniamo indietro, quando ha fatto la “sua” scelta e perché?

Cinquant’anni fa, con il Gruppo Abele a Torino. Allora decisi di imparare da chi fa fatica, da chi sta ai margini, da chi cerca ascolto, dignità, giustizia e verità. L’impegno con Libera, nato durante la stagione delle stragi di mafia, ha alle spalle quella storia d’incontri e di persone e tuttora ne costituisce la linfa vitale. La giustizia si costruisce dalla relazione. Quanto al “perché”, sono scelte che non si fanno sulla base di calcoli e valutazioni. Ti ci porta la vita, o il fatto che proprio in quella direzione, certo ardua, senti il richiamo della vita più vera.

Come fa la Chiesa ad avere al suo interno pochi preti di strada e troppi preti da salotto?

In certe parti di Chiesa c’è indubbiamente un problema di accoglienza e di servizio, e il primo a sottolinearlo è proprio Papa Francesco, con richiami anche perentori avvalorati dalla coerenza delle sue scelte e comportamenti. Ciò detto, ci sono realtà di Chiesa e di credenti che vivono il Vangelo con radicale fedeltà, non limitandosi alla dottrina ma facendone uno strumento d’incontro e di promozione sociale. Saldano il Cielo con la Terra con un impegno che evita clamori e protagonismi, in contesti anche molti difficili segnati dall’emarginazione, dalla violenza, dalle mafie.

È il padre di una “multinazionale del bene”. Questa definizione le dà fastidio e soprattutto le critiche anche feroci degli ultimi tempi le bolla come “nervosismo” di personaggi che non comprendono, oppure hanno generato una sua riflessione per rivedere qualcosa al suo interno. Sono solo “mascariamento”?

Libera è una realtà imperfetta, ma pulita. Parlare di “multinazionale”, sia pure a fin di “bene”, è offensivo, perché Libera non mira al profitto e dei finanziamenti ricevuti a norma di legge non c’è un solo euro che non sia stato investito a fini sociali. Quanto alle critiche, un conto sono le osservazioni documentate, un altro le accuse generiche, le diffamazioni e le manipolazioni. Dalle prime si può imparare, dalle seconde bisogna difendersi, anche in sede legale. Quanto infine alla riflessione interna, è cominciata ben prima di questi attacchi. Agli ultimi “Stati generali dell’antimafia” di Roma, ottobre 2014, dicemmo che se un’associazione perde il coraggio dell’autocritica, d’imparare dai propri errori, perde la forza della profezia e la capacità di guardare lontano. E inaugurammo una stagione di cambiamento, di revisioni di progetti e di ruoli. Questo ha disturbato chi, su certi assetti, aveva costruito piccole rendite di potere. Il dissenso è un pretesto: se c’è una realtà in cui si è sempre discusso e deciso collegialmente, come prevede del resto lo statuto, questa è Libera. Detto questo, vorrei che si guardasse anche il positivo. Con tutti i suoi limiti, Libera ha coordinato in questi vent’anni 1600 realtà impegnate a costruire dovunque speranza, dignità e lavoro. Parlano le attività sui beni confiscati, le cooperative, i progetti nelle scuole, la partecipazione giovanile ai campi estivi, la presenza nelle università, gli strumenti d’informazione e di ricerca, la vicinanza ai famigliari delle vittime e a chi ha subito la violenza mafiosa o vuole uscirne, le campagne contro la corruzione e per la giustizia sociale. Non chiediamo riconoscimenti, né riconoscenza, ma almeno valutazioni oneste e analisi oggettive.

Papa Bergoglio, un uomo “folle” che vuole fare cosa?

I suoi atti mi sembra parlino chiaro. Da un lato, un ritorno della Chiesa allo spirito del Vangelo, cioè una Chiesa povera per i poveri, purificata dai poteri e dalle ricchezze. Dall’altro, una maggiore traduzione del Vangelo in termini di responsabilità sociale, cioè di denuncia delle violenze, della corruzione e degli abusi, e d’impegno per affermare la dignità e la libertà delle persone. Due obbiettivi non in contrasto, se si pensa che la Chiesa non sia per se stessa ma per il mondo.

Ha mai incontrato persone che avevano solo sete di potere camuffata da spirito di servizio, e lei si sente oggi uomo di potere, di fede o altro?

Mi sento solo una piccola persona che cerca, come può, di dare un senso alla propria vita. Un prete che ha il Vangelo come imprescindibile punto di riferimento, e un cittadino che vuole essere coerente con i valori della Costituzione.

I ricordi e l’affetto cosa sono per lei?

Il sale della vita. Siamo fatti di relazioni, cioè di affetti e di ricordi, che sono i segni che gli affetti lasciano su di noi. Se ne fossimo più consapevoli, saremmo meno afflitti dall’egoismo e dall’indifferenza, le malattie spirituali della nostra epoca.

Che immagine ha di Messina, una città che per certi versi non sembra siciliana?

Sono venuto tante volte a Messina. È una città piena di cose belle, di esperienze di valore, laiche e religiose, di persone intelligenti e generose. Non direi perciò che non sembra siciliana, ma che esprime la dignità e la sete di libertà che ho incontrato in tante zone della Sicilia. Siamo venuti a Messina, per questa XXI edizione della Giornata della memoria e dell’Impegno, per costruire insieme ai messinesi e ai siciliani “ponti d’impegno e di speranza”, come dice il titolo della giornata. Molti associano Messina al progetto del Ponte sullo Stretto. Vorremmo che Messina dicesse che, più che di “grandi opere” dispendiose o comunque non prioritarie, abbiamo bisogno di essere tutti, nel nostro piccolo, “ingegneri di speranza”. Volti di un’Italia magari imperfetta, ma pulita e operosa, che non si limita a constatare ciò che non va, ma si mette in gioco per farlo andare.

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Chi è

Luigi Ciotti è nato il 10 settembre del 1945 a Pieve di Cadore, sulle Dolomiti. Cinque anni dopo con la famiglia si trasferisce a Torino. Nel 1965 è ancora un ragazzo, studia in un istituto tecnico, e con i suoi amici fonda il Gruppo Abele, inizia ad occuparsi di minori deviati e prostitute. Nel 1972 viene ordinato sacerdote e il cardinale Pellegrino, vescovo di Torino, come parrocchia gli affida “la strada”. Nel 1973 apre il primo centro-droga d’Italia. Una rivoluzione in tutto il Paese, gli esempi si moltiplicano. Fino agli anni ’90 espande i fronti di intervento, tra un centro studi, una casa editrice e due riviste, si occupa tra l’altro anche di Aids e fonda la storica associazione Lila. Nel ’95 fonda Libera. Dopo le stragi di Falcone e Borsellino sceglie la strada della lotta alla mafia, si batte con tutte le sue forze per il riutilizzo dei beni confiscati ai mafiosi. Oggi è impegnato su tutti i fronti che ha aperto nel corso della sua vita.

Commenti all'articolo

  • giuseppe.costantino21

    21 Marzo 2016 - 01:01

    Chi sa fà e Don Ciotti è l'uomo Giusto!!

    Rispondi

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