regione siciliana

“Diventerà bellissima” nel precipizio del realismo

Ma se per esempio metti insieme Miccichè, Lo Porto e Attaguile, non puoi sfuggire a una sensazione, a un interrogativo macerante: davvero la nostra regione diventerà bellissima?

Nello Musumeci

Nello Musumeci

Basterebbe uno sguardo distratto da una fessura della fisiognomica per intuire se la Sicilia “Diventerà Bellissima”, conio ardito del Movimento che fa da battistrada al tentativo di rivincita di Nello Musumeci.

Una chiave di lettura lombrosiana rifletterebbe giudizi sommari e discriminanti, soprattutto in politica, dove i volti non fanno in tempo ad abituarsi alle maschere. Ma se per esempio metti insieme Miccichè, Lo Porto e Attaguile, non puoi sfuggire a una sensazione, a un interrogativo macerante: davvero la nostra regione diventerà bellissima?

Fonti attendibili raccontano di un Fabio Granata – ex deputato e assessore regionale, ispiratore del Movimento – assalito da ragionevoli dubbi, lacerato in un soliloquio da seduta spiritica che si fa beffa delle sue pulsioni rivoluzionarie: evoca il rinnovamento e gli spunta Gianfranco Miccichè. Una deriva nel precipizio del realismo.

Eppure i primi turbamenti li aveva avvertiti alla convention catanese del suo amico Musumeci, quando si trovò sul palco un pimpante Renato Schifani, vecchio sodale della Casa delle libertà, dalla quale Granata uscì sbattendo la porta e con il fazzoletto al naso.

Il “granatiere” della politica siciliana aveva avuto bisogno di una catarsi etica, tanto da rifugiarsi nella memoria antimafia e negli slanci giovanili, condensati nel libro “Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino”.

Ma l’album dell’ex famiglia ha ritrovato le sue figurine e Musumeci ha aperto una linea di credito, «perché – ha spiegato – la politica non si fa con i risentimenti». Scurdammoce o passato. Che non vuol dire archiviare gli ex alleati e seminare una nuova classe dirigente, come immaginava Granata, insofferente alle logiche culturali del realismo, palude che raccoglie «il buon senso delle canaglie» (Bernanos); piuttosto significa applicare formule ragionieristiche, riprendere a braccetto pugnalatori e vecchi arnesi, protagonisti di stagioni politiche che hanno lasciato solo “Crocette” sulla pelle siciliana.

Non sono più tempi del “61 a 0” di mister Miccichè, riservista imposto da Berlusconi per rianimare Forza Italia. E quel verdetto totalitario che consegnò la Sicilia al Cavaliere maturò nelle urne grazie a un desiderio di voltare pagina per affidarsi a una speranza, di cui sono rimaste macerie.

Oggi quello slancio fermenta in prospettive destabilizzanti, come ha fiutato Berlusconi, sondaggi alla mano. Non ci sono convinzioni inamovibili, radicali e ideologiche, ma l’esigenza fluida di uscire dal pantano dopo l’ultima illusione, racchiusa da Giusy Savarino – portavoce del movimento di Musumeci – in una battuta che delinea la parabola di Crocetta: «Ci ritroviamo un presidente della Regione che parla di rivoluzione. Gli elettori pensavano di ritrovarsi la foto di Che Guevara sulla sua scrivania e, invece, hanno trovato quella di Totò Cardinale». “Diventerà Bellissima” con il poster di Gianfranco Miccichè, sormontato dal selfie con Berlusconi e Dell’Utri?

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