REGGIO CALABRIA

I sequestri di persona? Affari per 'ndrine e servizi

La procura distrettuale antimafia di Reggio ha depositato nel processo Gotha i recenti verbali di interrogatorio del pentito Nicola "Rocco" Femia. «Un accordo tra Mazzaferro-Cataldo-Nirta e “Tiradritto” per passare al più redditizio business della droga»

I sequestri di persona? Affari per 'ndrine e servizi

L’evoluzione della ’ndrangheta reggina. È ancora argomento di analisi investigativa la trasformazione degli affari criminali nella Locride, quando si decise di mettere la parola fine all’industria dei sequestri di persona privilegiando il narcotraffico. Un tema (tra gli altri) affrontato dal pentito Nicola “Rocco” Femia, l’imprenditore delle slot-machine che dalla Locride (è originario di Marina Gioiosa Jonica, classe 1961) con trascorsi nell’importazione di cocaina dal Su America. È il 15 giugno scorso quando Nicola “Rocco” Femia si sottopone ad interrogatorio davanti al procuratore aggiunto della Dda di Reggio, Calogero Gaetano Paci, e ai sostituti Stefano Musolino e Simona Ferraiuolo. Parte da lontano il collaboratore di giustizia, ritornando agli anni bui del sequestro di Roberta Ghidini (dicembre 1991): «Hanno fatto in modo che non si dovevano fare più sequestri... Hanno fatto un accordo.. Perchè all’epoca erano iniziati i traffici con la droga e calcolate che a Mazzaferro gli arrivavano 1.000, 2.000 chili di droga ogni tre mesi. Lui la pagava un milione e otto, la dava a tutte le famiglie, alle persone che diceva a lui vicino a dieci milioni al chilo, però si faceva le somme anticipate, lui non perdeva niente, incassava, partivano mille chili, li pagava un milione e mezzo e incassava dieci milioni, incassava prima, investiva con i soldi degli altri e magari 200, 300 chili li faceva arrivare pure per lui».

Il procuratore Paci prova ad approfondire l’argomento: «Quindi, diciamo, si è deciso di non fare più i sequestri di persona perchè questi avrebbero attirato troppa polizia, troppi controlli e avrebbero messo in difficoltà quanto meno i traffici di stupefacenti».

“Rocco” Femia non ha dubbi: «Si, sì. E difatti quelli che hanno deciso tipo Peppe Nirta è la buonanima il vecchio, quello che hanno deciso … Peppe Nirta è morto, Vincenzo Mazzaferro è morto, Peppe Cataldo è morto, Peppe Cataldo aveva fatto la pace qualche mese prima, non gli è stato in bene... non gli è stato bene il fatto dei sequestri, di smettere con i sequestri non gli è andato bene a qualcuno». A chi? Il pentito, seppure «timoroso», prova a spiegare: «A personaggi che lavorano con i Servizi, però non lo so a chi... i Servizi ci mangiavano con i sequestri... se arrivavano cinque miliardi, due miliardi se li prendono i Servizi... è una parte invece andava a chi gestiva il sequestro».

Il cambio di strategia sarebbe stato la conseguenza di un accordo tra «Tiradritto-Catalado-Nirta-Mazzaferro: dopo il casino... la mamma di quel ragazz,.. quella che andò a Locri, si incatenò a San Luca... dopo quel casino là hanno fatto la riunione, che all'epoca era latitante Mazzaferro, hanno fatto una riunione e si è deciso di non fare più sequestri. Una riunione al vertice che secondo le indicazioni del pentito sarebbe stata tenuta da «Nirta, lo so sicuro al 100% Peppe e ’Ntoni il fratello, Vincenzo Mazzaferro, Tiradritto, Cataldo e Jerinò Peppe, e Alvaro Mico quello che ha la faccia tipo femmina (perchè non aveva la barba)».

In questa fase epocale al collaboratore di giustizia non torna l’origine di alcuni omicidi di ’ndrangheta eccellenti: «Peppe Nirta chi è che aveva bisogno di ammazzarlo? A 100 anni, 90 anni l’hanno ammazzato... Cataldo... ehm adesso praticamente là aveva fatto una “pace a trucco” che c'entrava Gambazza Pelle... La pace tra i Cataldo e i Cordì a Locri... un mese prima hanno fatto la pace, avevano fatto la pace un mese, due mesi prima che me lo aveva detto Vincenzo Mazzaferro, perchè dopo che è morto Vincenzo Mazzaferro io con Peppe Mazzaferro sono stato da Cataldo, 15 giorni, io dopo di allora non ho voluto sapere niente che ho visto tante cose che non andavano e me ne sono andato». Concludendo: «Ho visto che la morte che ha fatto, chi lo doveva ammazzare a Vincenzo Mazzaferro? Aveva la macchina blindata e non la pendeva più, con gli Aquino aveva fatto la pace, chi lo doveva toccare?». Un colloquio sintetizzato dal sostituto antimafia Stefano Musolino: «Quindi lei dice che per quello che sa lei, da persona riservata di Mazzaferro, da persona vicinissima a Mazzaferro, nell'ambiente criminale non c'era nessuno che poteva volere ammazzare Mazzaferro». Nicola Femia: «Sì».

La cupola

Anche i verbali di interrogatorio del collaboratore di giustizia Nicola “Rocco” Femia (classe 1961, originario di Marina di Gioiosa Jonica, imprenditore del settore delle slot machine con base operativa in Emilia Romagna, ma soprattutto - come accertato dalle Procure di Reggio, Catanzaro e Bologna - narcotrafficante di buona levatura e “affiliato riservato della ’ndrangheta” come voluto dal suo mentore Vincenzo Mazzaferro (il boss della Locride deceduto) sono stati di recente depositati dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio nel processo “Gotha” (il filone con rito abbreviato). Anche i suoi verbali di interrogatorio - come quelli dei collaboratori di giustizia Arcangelo Furfaro, Carlo Mesiano e Candeloro Claudio Ficara - per rafforzare la tesi dell’accusa che punta ad fare mergere il suolo della “cupola” mafioso-politico-imprenditoriale-istituzionale e la parallela associazione segreta che avrebbe stretto in una morsa asfissiante la città di Reggio - soprattutto - decidendo nell’ultimo decennio i destinatari, o meglio i privilegiati, degli appalti pubblici e chi avrebbe occupato le poltrone chiave della politica, delle istituzioni e della società civile.

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