L'intervista

«Dite a suo figlio chi era Massimiliano Carbone»

Liliana Esposito, 13 anni dopo la morte del primogenito, assassinato a Locri forse per la relazione con una donna sposata

Lo sparo nel buio, le indagini fallite, la paternità riconosciuta. E la dedica al nipote con cui non ha mai parlato

«Dite a suo figlio chi era Massimiliano Carbone»

Il dolore più irredimibile, quello di sopravvivere a un figlio morto ammazzato, la rabbia più profonda, quella di non aver mai visto i colpevoli in carcere. Di Massimiliano Carbone, imprenditore ucciso a soli trent’anni sotto casa con un colpo di fucile, a Locri tutti sapevano e sanno tutto quello che c’è da sapere: che era un bravo ragazzo e un onesto lavoratore, che ha avuto un figlio da una donna – allora come oggi – sposata. Anche di Liliana Esposito Carbone, maestra elementare, tutti sanno tutto, a Locri e non solo: le sue denunce, il suo coraggio, la sua erculea risolutezza nel chiedere giustizia, il fiume di trasmissioni televisive, saggi, libri, documentari, che grazie a lei a Massimiliano è stato dedicato. Tredici anni dopo, sedimentati dolore e rabbia, sotto la corazza c’è la donna lucida e colta di sempre, e nel suo sorriso amaro non c’è, non ci fu mai, e mai ci sarà, traccia di rassegnazione.

Signora Liliana, oggi ricorre il tredicesimo anniversario della morte di Massimiliano, ucciso a 30 anni, scrive lei, «perché colpevole di vita». 

«Più che parole mie sono quelle dei tanti che hanno conosciuto la storia di mio figlio. “ha fatto invidia agli dei”, “sacrificatosi perché egli stesso volle”, “colpevole d’amore” e “punito perché amò”. Il racconto dei fatti ormai è relativo, questa vita spezzata non da una malattia né da un incidente ma dalla mano di ignoti ha commosso e indignato migliaia di persone, anche fuori dall’Italia. Tanti leggono i tanti libri che parlano di Massimiliano, si fanno ricerche, sono stati realizzati studi di sociologia e di criminologia a partire da questa vicenda, con contributi di docenti universitari, giornalisti di cronaca e di costume, criminologi e magistrati. Esistono analisi molto precise su questo contesto ad alta densità, se non proprio di mafia, di mafiosità. La morte violenta di mio figlio è stata studiata nella dimensione antropologico-culturale del delitto “per onore e dignitudine”. Ormai intorno a Massimiliano si è innalzato un monumento mediatico di compassione e di condivisione di desiderio di verità e di giustizia , finora negate a lui e al di lui figlio, oltre una tomba violata da richieste pretestuose di esumazione il 5 aprile del 2007. Ormai è inutile chiedere a me di mio figlio, la sua vita racconta di lui. Mi lasci riprendere le parole di Ghianni Ritsos: “Con le pietre del mio martirio avete innalzato questo monumento”».

Subito dopo l’agguato, con Massimiliano in ospedale ancora vivo e agonizzante, lei indicò subito agli investigatori probabili movente e presunti colpevoli. Quali sono oggi i sentimenti che rimangono in lei? 

«Non ho indicato, e non avrei potuto farlo, alcun presunto colpevole; mi sono limitata ad indicare tutto ciò che riguardava la vita di mio figlio. E nella vita di mio figlio c’era una relazione con una donna sposata, e un figlio. Non potevo tacere. Mi chiede cosa provo? Sconforto. Non mi mortificano più l’indifferenza di molti e certe supponenze istituzionali. Si dica pure che sono petulante e ingenerosa, ma potrei fare altre mille volte l’elenco dettagliato delle insufficienze investigative. Negli anni sono transitati prefetti e ufficiali che non hanno mai conosciuto il nome di Massimiliano Carbone. Qui c’è tanto da fare, è una realtà difficile. Ma neppure io ricordo tutti i loro nomi. Sento però che ho il dovere di continuare a chiedere, anzi a pretendere, che si faccia luce in questa vicenda, anche per la comunità tutta, che ha diritto a sicurezza e verità. Devo ancora sperare, ed è anche una strategia di sopravvivenza, e con lealtà intellettuale ne faccio testimonianza ai tantissimi giovani che ogni anno incontro nei percorsi di legalità organizzati dall’associazione Libera, che propone la memoria delle vittime innocenti, e la custodisce e la coltiva».

Un verbale di “sommarie informazioni” fornite da un collaboratore di giustizia, che proprio noi della Gazzetta abbiamo pubblicato il18 luglio scorso, indica due nomi e una pista: Massimiliano sarebbe stato ucciso a causa di una donna che “interessava al clan Cordì”. È a conoscenza di qualche ulteriore passo investigativo? Sa se qualcuno in Procura ha ripreso o intende riprendere in mano il fascicolo archiviato?

«Quanto abbiamo appreso dal suo giornale e poi in rete, dove sono disponibili molte informazioni sulle persone menzionate, è per ora tutto quanto sappiamo. Naturalmente confido che vada tutto considerato e valutato con attenzione nuova. Tempo fa un ufficiale dei Carabinieri mi disse che questo delitto si sarebbe risolto “mettendo ordine in altri cassetti”, cioè nel corso di indagini per altri crimini. Potrebbe essere il momento, e dunque continuo a credere che ci siano investigatori determinati ad individuare i mandanti, che io non ho mai indicato per mancanza di mie certezze. Ma in realtà già le mie prime testimonianze (che ho reso il 21 settembre 2004 mentre nell’ospedale di Locri si tentava di salvare Massimiliano) avevano guidato gli investigatori a isolare l’origine dell’assassinio di mio figlio. In atto non mi consta essere state riaperte indagini né tantomeno praticate piste investigative alternative. Mi ritengo comunque libera di immaginarmi un’organizzazione del delitto che deve avere previsto un qualche consenso, se non, addirittura, concorso. Il 17 settembre 2004, la sera dell’agguato avvenuto nel cortile condominiale, era tempo di caccia, ed era noto che Massimiliano giocava a calcetto nel campetto accanto al cimitero, sempre allo stesso orario, ogni venerdì; inoltre il lampione della strada era stato rotto la sera prima, c’era una pietra per tirarsi su all’altezza del muretto di recinzione e, nascosta tra i rovi e le canne, una lupara».

Suo nipote è da poco maggiorenne. Ha avuto finalmente l'autorizzazione a incontrarlo? Gli ha mai parlato?

«Il figlio di Massimiliano ha 18 anni e somiglia a suo padre in modo impressionante. “La natura si è divertita in questa storia dolorosa”, scrisse un perito genetista, riferendosi al risultato massimo dei ripetuti test di compatibilità del dna. Forse la verità gli è stata proposta in modo distorto e pretestuoso, ma ad ogni modo penso che l’avrà acquisita così come paventato dal procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Reggio: “Verrà a conoscenza delle sue vere radici – scrisse – nel modo più becero, considerato il contesto degradato di Locri”. Gli hanno negato il diritto di essere amato. Riconosco la sua sofferenza, il suo lutto, le incertezze che lo agitano, dal momento che la verità gli è andata addosso come un carro armato senza che nessuno lo sostenesse. Di tanto ritengo responsabili tutti coloro che hanno giocato a far passare il tempo, non attuando decreti e sottovalutando decisioni che avevano impegnato magistrati ed esperti scrupolosi. Hanno voluto (pilatescamente? pusillanimemente?) che questo orfano bianco compisse la maggiore età, perché dal giorno successivo, una volta emancipato e soggetto a pieno titolo di diritto, potesse conseguire la patente, votare e... sbrigarsela da solo in merito alla tragedia della sua vita. L’ho amato, da piccolissimo, da quando lo vidi per la prima volta, avvolto nel lenzuolino bianco che era stato di Massimiliano, lo amo poiché persona unica e irripetibile e non certo perché io lo consideri una propaggine di mio figlio. Lo amo ma non gli ho mai parlato: non potrei mai affliggerlo dell’obbligo di compiere delle scelte. Aveva bisogno, ha bisogno di serenità, rassicurazioni, amore grande, e di aiuto a costruire quei ricordi che gli sono stati impediti. Gridateglielo, che suo padre l’ha amato fin dalla foto dell’ecografia, e già faceva progetti d’amore e di allegria, l’abbiamo atteso insieme, tra mille angosce eppure con il cuore pieno di gioia per lui, sangue nostro. E che nessuno mai gli dica “sei causa della morte di tuo padre”. Ditegli invece: “ti avrebbe preso per mano e accompagnato a giocare a pallone, e forse ora non tiferesti Juve, ma Inter, come lui”».

Ha parlato di Locri, “contesto degradato”. Da donna, madre, nonna, insegnante, e vittima di mafia, cosa è per lei la città in cui vive?

«Locri è bella, ricca d’arte e di cultura, è culla di diritto e storia, una città che rispetto perché qui è il cimitero. Qui molti mi sorridono e molti mi scansano. “Città di legalità” proclamata in corso di raffinatissime “cattiverie”, di partecipate celebrazioni piuttosto che di commemorazioni sentite, dove ancora sono giudicata perché “non mi so rassegnare” e da 13 anni chiedo che una santa messa (si celebra oggi alle 10,30 nella cappella dell’ospedale, ndr) sia momento comune di preghiera per chi porta nel cuore mio figlio Massimiliano, donatore di sangue per 11 anni, e giovane laborioso e mite. Un posto, come tanti altri, in cui l’amore è stato preludio a una condanna a morte».

Maestra Liliana, grazie.

«Ancora una volta, sono io che ringrazio voi. La Gazzetta del Sud in questi anni ha dato forza alla mia voce. Grazie, perché avete fatto entrare il nome del mio Massimiliano nella storia della Calabria».

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