LOCRI

Niente mazzette, i clan sono "soci"

Il quadro dell'economia cittadino fornito ai giudici da Antonio Cataldo. «Lei vuol aprire un bar? Io le do 20 mila euro. E partecipo ai guadagni»

Niente mazzetta, i clan sono "soci"

A Locri non si pagherebbe la classica “mazzetta” ma le maggiori consorterie di ‘ndrangheta entrerebbero negli appalti o nelle attività commerciali con un investimento di denaro occulto creando delle “società di fatto”. È quanto emerge nel contesto della maxi inchiesta “Mandamento Jonico”, condotta dai carabinieri e coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria.

L’argomento è trattato da Antonio Cataldo (classe ‘64) sia nel corso dei suoi “incontri” presso il “pergolato di preghiera” di Locri, sia nell’interrogatorio reso il 12 giugno del 2014 quando ha così raccontato al procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho e al sostituto Antonio De Bernardo: «Lei apre un bar? Io le do 10 mila euro, 20 mila euro quando apre un’attività? Gli do 30 mila euro, 40 mila euro se è in difficoltà, o meno se li prende ugualmente, cioè in sostanza io divento partecipe di tutti i lavori che ci sono in Locri mettendo dei soldi su ogni lavoro... quindi in sostanza io prendo su ogni, parliamo di lavori di costruzioni qua, se io metto su ogni ditta 30 mila euro su uno, 30 sull’altro, 40 sull’altro quando si prendono i lavori non quando li metti così per metterli ... se io prendo un lavoro di 100 mila euro, gli metto 40 mila euro sopra, lui mi deve dare la corrispondenza del guadagno dei 40 mila euro...».

A seguito di una specifica domanda del procuratore De Raho, alla presenza di alcuni investigatori dei carabinieri del Ros, Cataldo prosegue dicendo: «Sì, cioè in sostanza non è la classica mazzetta... è una società... E lei non si tira indietro perché i soldi sono soldi... e quindi... io divento socio con lei del bar».

E su una nuova specifica domanda del sostituto De Bernardo: «Costruzioni, un po’ di tutto... In sostanza arriva che la ditta che lo deve fare deve sborsare non tutto e cento ma solo 50 poi... non guadagna più magari 100 mila euro ma ne guadagna 50, cioè un lavoro si fa in questo modo... cioè non c’è illecito, c’è soltanto che io metto dei soldi a quella ditta do dei soldi, anticipo dei soldi a quella ditta per continuare a lavorare».

I magistrati a questo punto chiedono a Cataldo se su tutti i lavori le cose vadano così e il 53enne risponde: «Su tutti i lavori. Non c’è più mazzetta, è diverso, è su tutti i lavori così... Lo stabilisce chi ha i soldi».

E chi mette i soldi per entrare nelle “società di fatto” lo deciderebbero le due famiglie locresi dei Cataldo e dei Cordì. Su domanda della Procura («quindi sono loro che comandano adesso insieme?») la risposta è: «C’è la pace, non è questione di comandare, non più». E come si organizzano? «Questo non glielo so dire, non mi sono mai interessato di questi fatti... grosso modo penso sia così. Ecco perché non esistono più mazzette, non esistono più spari, non esistono più “bordellini” vari». Questo sistema «non sta bene a chi non ha i soldi, perché loro vorrebbero cercare la famosa mazzetta dice ma, dicono, se ci sono loro come la faccio io?».

A Locri le maggiori consorterie di ‘ndrangheta, le famiglie Cataldo e Corì, entrerebbero negli appalti o nelle attività commerciali con un investimento di denaro occulto creando delle “società di fatto”. Il particolare è emerso dalla maxi inchiesta “Mandamento Jonico”, condotta dai carabinieri e coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria. La “fonte” è Antonio Cataldo (classe ‘64).

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