PROCESSO EPILOGO

La difesa
di Cortese

L'imputato risponde alla domande del pubblico ministero

Tribunale di Reggio
Il gran giorno di Maurizio Cortese, in Tribunale (presidente Silvana Grasso) la scena questa mattina è stata tutta sua, sottoponendosi all'esame del pubblico ministero nelle vesti di uno degli imputati princopali. Un giorno atteso, per sua stessa ammissione, «da tantissimo tempo» con l’obiettivo di far valere le proprie ragioni. Concentrato e documentato, Maurizio Cortese non si è sottratto ad alcuna domanda del pm, Giuseppe Lombardo.
Secondo l’accusa, come puntualizzato in udienza, «Maurizio Cortese è al vertice del gruppo composto dalle giovani leve della cosca Serraino che operavano per conto di Fabio Giardiniere», articolando il suo esame da questo punto di partenza, che con ovvia deduzione è anche il punto d’arrivo, scava a trecentosessanta gradi nella vita “criminale” di Maurizio Cortese. L’imputato dimostra subito di essere perfettamente a conoscenza delle accuse che la Procura antimafia gli sta muovendo a conclusione dell’inchiesta “Epilogo”, ritrovandosi sul banco degli imputati con accuse ben pesanti, dall’associazione mafiosa alla tentata estorsione finendo per l’intestazione fittizia di beni. Lui stesso ripercorre la carriera fuorilegge: «Ho fatto tantissimi anni di carcere, già da minorenne. Avevo 12-13 anni quando ho iniziato a delinquere, rubando formaggio da un negozio al Gebbione dove abitavo in quel periodo. Poi sono passato ai furti in orologeria e oreficerie. Furti e rapine perchè mi piacevano le belle cose della vita, avere il motorino per esempio. Mia madre non poteva acquistarlo per me, non avevamo la possibilità economico. Così ho iniziato a rubare».

 

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