MELITO

Nuovo Potere, Mollace
ricostruisce
la faida di Roghudi

Il pg avallando il quadro accusatorio ha invocato la conferma delle condanne inflitte nel processo di primo grado

Melito
«’Ca puntau u carru». Dando il via alla propria requisitoria al processo di appello scaturito dall’operazione “Nuovo Potere”, il procuratore generale Francesco Mollace ha richiamato una frase pronunciata dal pentito Carlo Mesiano. Proprio all’inizio della sua collaborazione, quest’ultimo aveva utilizzato la tipica espressione dialettale per descrivere fatti e avvenimenti di cui sarebbe stato a conoscenza riguardo alla faida a Roghudi. In particolare le stesse parole riferite al tentato omicidio di Teodoro Spanò, ovvero l’episodio chiave da cui era scaturita l’indagine “Nuovo Potere”, sono risuonate ieri mattina nell’aula bunker di Reggio Calabria, dove era in programma l’intervento dell’accusa con relative richieste.

Il procuratore generale ha ripercorso i fatti salienti trattati con l’operazione “Nuovo Potere”, evidenziando la crudezza dello scontro che aveva portato all’esplosione di una vera e propria guerra di mafia, con relative responsabilità. Al termine del suo intervento, rivolgendosi alla corte, avallando pienamente il quadro dell’accusa, il pg ha invocato la conferma di tutte le condanne che erano state inflitte al termine del processo di primo grado. Processo che, celebrato nel mese di giugno dello scorso anno, avevano visto condannare dal Gup Antonino Laganà: Domenico Attinà, Mario Attinà , Massimo A. Gabello, Vincenzo Gullì, Annunziato Iaria, Carmelo Rocco Iaria, Domenico Carmelo Iaria, Massimo Idà, Andrea Pasquale Mesiano, Carlo Mesiano, Agostino Palamara, Domenico Pangallo, Francesco Pangallo cl. 75, Francesco Pangallo, cl. 74, Giovanni Pangallo, Antonino Pannuti, Bruno Pizzi, Arnaldo Proscenio, Domenico Proscenio, Francesco Romeo, Girolamo Romeo, Vincenzo P. Romeo, Teodoro Spanò, Filippo Stelitano, Natale Tripodi, Pietro Verno, Vittorio Verno. In totale il gup del Tribunale reggino, aveva irrogato 27 condanne per pene complessive di poco superiori ai 175 anni di carcere.

 

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