MESSINA

Uno «scenario bellico»: a giovani e laureati si preferiscono over 40 e senza titoli

La fuga dei cervelli e dei ragazzi sta nei numeri. E per la cgil certi andamenti «si verificavano nei periodi di guerra»

Uno «scenario bellico»: a giovani e laureati si preferiscono over 40 e senza titoli

C’è una frase, nelle pieghe del focus socio-economico della Cgil sulla provincia di Messina, che più delle altre rappresenta un pugno nello stomaco: «Di solito tali andamenti si verificavano nei periodi bellici». Viene scritta a proposito del trend demografico, per cui nel 2016 il numero delle morti, in città e nei comuni della provincia, supera quello delle nascite. Un dato che se si somma a quello delle aziende attive (-5.300 negli ultimi tre anni, spiega invece la Cisl nel suo report), a quello degli occupati (-22.488), a quelli dell’età media (da 42,9 a 44,8 anni) e del rapporto tra giovani-anziani (172 over 65 ogni 100 ragazzi tra 0 e 14 anni d’età), fornisce il riscontro numerico più drammatico al classico tormentone della fuga dei giovani dal nostro territorio. E spiega perché quello che sta vivendo Messina, con la sua provincia, è un momento storico che addirittura la Cgil equipara ad un periodo di guerra. Una guerra in cui i caduti sono i lavoratori, in cui le macerie sono quelle delle aziende, in cui non vengono sganciate bombe da aerei militari in volo ma le ferite ci sono, eccome. E sono sempre più difficili da curare.

Crollano pressoché tutti i settori. L’industria paga il dazio maggiore, il comparto dell’edilizia soffre maledettamente il passaggio da una fase in cui le gru spuntavano ovunque come funghi ad una in cui il territorio, rivelatosi terribilmente fragile, si è mostrato saturo, senza che l’economia di questo settore trovasse i giusti anticorpi e fosse in grado di reinventarsi in nuove formule potenzialmente altrettanto redditizie, come la riqualificazione, anziché la semplice cementificazione.

Un periodo di guerra nel quale il maggiore spargimento di sangue lo si riscontra tra i giovani. Altri, eloquenti dati vengono dal centro studi della Cisl. Nel primo semestre 2017 gli avviati al lavoro nella fascia d’età compresa tra i 45 e i 64 anni è maggiore (sebbene di poche centinaia di unità) rispetto a quelli della fascia 30-44 anni. Un divario che si fa ben più importante (si parla di quasi 5 mila unità) rispetto alla fascia 16-29 anni. Ma il dato assume contorni che fanno ancor più riflettere se si rapporta al 2016: è proprio la fascia tra i 45 e i 64 anni ad aver fatto registrare il maggiore aumento di assunzioni rispetto all’anno precedente: 4.927 in più.

Inevitabile la fuga dei più giovani. Ed è inevitabile anche la famigerata fuga dei cervelli, se si vanno ad analizzare altre statistiche: la prima, che non necessita di commenti, vede le assunzioni a tempo determinato del 2017 attestarsi quasi a quota 30 mila, contro le poco più di 7 mila a tempo indeterminato. La seconda fa venire in mente una scena della commedia Smetto quando voglio, in cui un laureato finge di avere solo la licenza media per ottenere un posto di lavoro, e il datore lo rimbrotta: «Sei laureato! Non ne assumiamo laureati». Nel contesto cinematografico, la scena strappava un sorriso amaro. Ma nella realtà il dato fornito dalla Cisl è disarmante: i laureati assunti sono 1.335, più che doppiati sia da chi si è fermato alla maturità (3.407) che da chi ha mollato tutto alla scuola dell’obbligo (3.207) e superati persino da chi non ha titolo di studio (1.389).

Scenari di guerra. Tra le cui macerie, tra questo tipo di macerie, c’è chi balla danze macabre. A suon di voti facili, di condizionamenti dominanti, laddove (qui, invece, citiamo la celebre Gomorra) il vero business non è più la droga. Ma la fame.

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