Caso Genovese

Il gip Mastroeni: «Era come Alì Babà e i 40 ladroni»

I retroscena e le valutazioni giuridiche nel decreto di sequestro

Il gip Mastroeni: «Era come Alì Babà e i 40 ladroni»

Il Gip Salvatore Mastroeni

«Grave è sottrarre tanto denaro alle tasse», specie a fronte del «massimo rigore e dell’attenzione al bene pubblico» che «il ruolo del deputato richiede». Così «discorso plasticamente lesivo della dignità del ruolo», ma anche «spia della capacità di movimento liberi», è farsi portare «miliardì in contanti dalla Svizzera da “spalloni”, riceverli in alberghi, di nascosto, scambiando parole convenzionali, una sorta di “apriti sesamo” che ricorda la favola di Alì Babà e i 40 ladroni, occultare e usare scorrettamente tali soldi”.

Parole come pietre quelle del gip Salvatore Mastroeni nel decreto di sequestro.

«La frase che più colpisce questo giudice - prosegue in riferimento a Genovese senior - è che tante spese avvengono “... facendo politica ovviamente”. Poi si parla genericamente di regali ai matrimoni, ma otto milioni richiederebbero - valuta il giudice - partecipazioni a tutta Italia, forse Europa».

Del resto i «conti svizzeri in sè segnalano una ricchezza smisurata». Un tesoro “in nero” la cui “fonte”, in buona misura sarebbe “la cosiddetta 'Tourist-Caronte”. Ma ciò che emerge, soprattutto, a giudizio del gip Mastoreni, è che «così dal nulla, si staglia la figura di Genovese Luigi junior, che diventa consapevolmente, firmando atti e partecipando alle manovre del padre, ricchissimo e sono atti organizzati a tavolino, partecipati dagli interessati e forse da altre persone esperte dal ramo, rimasti nell’ombra e forse con la connivenza di banchieri, in cui comunque nessuno dei partecipi, per la presenza e gli effetti, si può dire inconsapevole e chiamare fuori».

Di più: «La circostanza della ricchezza improvvisa di Luigi Genovese, il suo notorio ingresso in politica, il modo spregiudicato di acquisizione della ricchezza, danno la probabilità, che si verifichi la stessa attività del padre».

Insomma, «la personalità e i ruoli degli indagati, i gravi fatti pregressi in qualche modo collegati, il contesto nazionale e locale in cui si incastonano i reati, il livello delle somme e beni oggetto di richieste e la costante valenza penale dei comportamenti, forniscono un quadro di gravità eccezionale».

E tratteggiano «la singolare storia di questo procedimento che vede operare una dinastia. Se l’impero economico dei Genovese si caratterizza oramai per illiceità e reati, Luigi Genovese è l’erede designato a raccogliere l’eredità di tutto ciò, e non un mero beneficario, ma agendo con gli stessi comportamenti dello stesso livello del padre e con alta proiezione di rischio di reiterazione».

Per il gip Mastroeni «evidenti e provate appaiono le attività delittuose e come tutti gli atti siano volti all’unico risultato di fare scomparire al fisco» ingenti risorse. Il giudice parla di «centralità» del suo ruolo nell’operazione», connessa al «ruolo rivestito di successore del patrimonio», anche in riferimento agli »atti di successiva gestione dei beni (locazione degli immobili a lui trasferiti, movimenti su conto postepay). Il che darebbe «la misura della elevata consapevolezza circa la illiceità delle operazioni poste in essere».

Il peso di Luigi Genovese sarebbe confermato, d’altro canto, ad avviso del gip, «dal ruolo gestorio di co-amministratore assunto nella Ge.fin. srl, ancor prima di diventare titolare unico delle quote della società».(n.a.)

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