MESSINA

«A Lugano firmavo, poi a Roma o Milano mi davano i soldi dentro una valigetta»

Il verbale segreto sull’interrogatorio di Francantonio Genovese nel 2015. La confessione ai magistrati: così avveniva il rifornimento di denaro contante che uno “spallone” portava dalla Svizzera in Italia

La prima udienza di Genovese

Foto E. Di Giacomo

Una valigetta da Lugano, la Svizzera segreta. E una parola d’ordine convenzionale a Roma o Milano.

È il 14 aprile del 2015, una mattina. Francantonio Genovese è in quel periodo in cella al carcere di Gazzi. Davanti a lui ci sono il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e il sostituto Fabrizio Monaco, poi un paio di ufficiali della Finanza, e il suo avvocato, Nino Favazzo.

Parte il registratore Sony, qualcuno prende appunti, la classica formula scandisce la nuova inchiesta «... con indagini collegate presso la Procura di Milano... l’indagato dichiara: intendo rispondere».

E Genovese parla. Racconta spontaneamente degli anni d’oro, della valigetta che prelevava ogni volta che andava a Roma o Milano con centinaia di migliaia di euro, portata dalla Svizzera da uno sconosciuto “spallone” che non chiedeva nulla e non voleva sapere nulla se non la parola convenzionale per compiere la sua missione e tornare a casa. Il 19 settembre del 2012, per esempio, si trattò di circa 500mila euro.

Bastava una parola d’ordine e quella borsa passava di mano nella hall di un hotel, in uno studio professionale, Genovese poi tornava a Messina.

Ecco il suo racconto ai magistrati, dal verbale che quella mattina, nella sala degli interrogatori del carcere di Gazzi, tutti hanno firmato. Il racconto di quei prelievi che valigetta dopo valigetta, negli anni, sono arrivati a “contare” ben 8 milioni di euro.

«Si tratta di operazioni che si svolgevano così: andavo a Lugano, firmavo le distinte e le somme mi venivano materialmente consegnate a Roma o a Milano in luoghi esterni agli istituti di credito da soggetti che non conoscevo, diversi, indicati dalla Banca; le somme erano custodite all’interno di una borsa; queste consegne avvenivano talora presso l’Albergo Tanause (via Silvio Pellico, Milano), altre volte presso l’Hotel dei Verdi in Milano, o a Roma presso la sede del mio studio; negli ultimi anni solo a Milano; questi soggetti si presentavano a me chiedendo il riconoscimento attraverso una parola d’ordine convenzionale cui io dovevo rispondere con un’altra parola; non veniva sottoscritto alcuna scrittura di consegna di queste somme; si tratta di somme che prelevavo e spendevo per esigenze familiari, personali, anche di mio padre, di mia sorella, ricevevo annualmente moltissime inviti e partecipazioni di matrimonio e provvedevo a regali, e così via, avendo una vita intensa di relazioni e quindi molte spese».

Quando i magistrati gli fanno notare che la somma prelevata negli anni ammonta a ben 8 milioni di euro, Genovese risponde così: «In ordine alla cospicuità delle somme in questione, che mi si fa rilevare ammontano a circa 8 milioni di euro, riferisco che si tratta di prelievi per spese personali relativi a un tenore di vita particolarmente elevato e ad una famiglia ampia e in particolare pranzi, ristoranti, regali, viaggi; rel resto se non ci sono uscite dal mio conto corrente in Italia, è chiaro che queste spese le ho affrontate attraverso questo canale».

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