MessinAmbiente

Chiesto il giudizio per Ciacci e Rossi

L’indagine sulla collaborazione in Messinambiente dopo la denuncia del consigliere comunale Zuccarello

ciacci rossi

La dettagliata denuncia del consigliere comunale Daniele Zuccarello nei confronti dell’ex commissario Alessio Ciacci e del suo consulente Raphael Rossi ha spinto la magistratura a indirizzare la lente su una parte dell’attività in seno a Messinambiente.

Un importante passaggio si consumerà il 30 marzo, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del sostituto procuratore Antonio Carchietti. Toccherà al gup Maria Vermiglio decidere se disporre o meno il processo per entrambi. La Procura ha mosso i primi passi in seguito a un esposto presentato da Zuccarello il 17 febbraio 2015. Il consigliere comunale chiese di eseguire accertamenti sulla gestione della cosa pubblica. In particolare, denunciò che Ciacci, in qualità di commissario liquidatore di Messinambiente, «ha concesso in affidamento diretto incarico professionale per il servizio di consulenza e collaborazione per le attività di supporto alle diverse aree funzionali aziendali della spa in liquidazione alla società Re-Sources s.a.s., con sede a Torino». Quest’ultima, a detta di Ciacci, avrebbe occupato «un ruolo di primaria importanza nel settore delle attività di ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle altre scienze naturali e dell’ingegneria». Per l’espletamento di tali attività, «previste un numero di 50 giornate di lavoro, di cui un terzo in trasferta, cioè presenza presso la sede aziendale mentre la rimanente parte è “lavoro di ricerca, studio e redazione documenti”. Il corrispettivo complessivo per lo svolgimento dell’incarico ammonta a 31.334 mila euro oltre iva e spese di viaggio, vitto e alloggio che sono poste a carico di Messinambiente spa in liquidazione. Ecco che in gioco entra Raphael Rossi, nella sue veste di rappresentante legale Re-Sources, «costituita 5 giorni prima della stipula del contratto e, guarda caso, iscritta nel registro del imprese della camera di commercio di Torino il giorno in cui viene stipulato e con inizio attività il 17 dicembre 2014. Secondo Zuccarello, la società in questione «non possiede quella comprovata esperienza nel settore, che, è il requisito che avrebbe, invece, determinato il commissario Ciacci a dare vita a questo nuovo rapporto di collaborazione». Ma non è tutto: «Basta andare poco indietro nel tempo – si legge nell’esposto – e precisamente nell’arco temporale che va dal 18 aprile al 17 ottobre 2014 , che ritroviamo Raphael Rossi stavolta, però, chiamato dal dott. Ciacci come esperto esterno con l’incarico di fornire “supporto tecnico per la riorganizzazione dell’attività aziendale per il conseguimento degli obiettivi posti dal liquidatore”. Tale attività veniva siglata da un contratto da 35mila euro lordi per 6 mesi, con copertura extra delle spese di viaggio, vitto e alloggio». Emblematiche a questo punto, le parole di Zuccarello: «Da quanto evidenziato è palese che i conti non tornano. Sembrerebbe che il sig. Raphael Rossi di fatto è uscito dalla porta per poi rientrare dalla finestra». E ancora: «È chiaro che si sta operando non a tutela della cittadinanza, considerando che Messinambiente è società in liquidazione, ma ad esclusivo interesse di una persona che sta costando alla città quasi 70mila euro».

Questo, invece, il commento della vicenda giudiziaria da parte dello stesso Ciacci, indagato per abuso d’ufficio: «Ho totale fiducia nella magistratura e del fatto che potremo fare chiarezza. Tra le molte cose vissute nell’anno trascorso in Sicilia, non è questa quella che più mi sorprende. Nelle condizioni in cui sono stato costretto ad operare e con le continue denunce ricevute per l’opera di pulizia effettuata in azienda, capisco che alcuna di queste potesse avere un seguito di questo tipo. Il mio impegno verso la trasparenza continua e si rafforza proprio alla luce di questa circostanza». Messinambiente, intanto, si ritiene parte lesa e per bocca del commissario Giovanni Calabrò fa sapere che si costituirà parte civile in un eventuale processo. «La nostra decisione costituisce un atto dovuto, fermo restando che vige sempre la presunzione d’innocenza degli interessati».

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