Le accuse di bancarotta

Fallimento FC Messina, condanne per i Franza

Inflitti 4 anni e mezzo a Vincenzo e 4 a Pietro, pena di 3 anni e mezzo per il presidente della “Cofimer” Cambria

Fallimento FC Messina, condanne per i Franza

I fratelli Franza

La lunga giornata giudiziaria del “calcio che fu”, vale a dire il processo su bancarotta e fallimento dell’FC Messina, s’è conclusa ieri alle sei di un pomeriggio freddo e piovoso. E sono state condanne pesanti. Ma anche assoluzioni importanti.

Gli imputati

Erano coinvolti nel procedimento: i fratelli Pietro e Vincenzo Franza, come presidente e vice della società calcistica, Domenico
Santamaura come presidente del collegio sindacale della società, Carmelo Cutrì e Stefano Galletti come componenti del collegio sindacale della società, Francesco Cambria in qualità di presidente del Cda della “Co.fi.mer. Spa” e componente del Cda dell’FC Messina.

La sentenza

In pratica il collegio della prima sezione penale presieduto dal giudice Silvana Grasso ha inflitto tre condanne, pesanti, per quattro soli capi d’imputazione (n. 3, 4, 5, e 6), tutti relativi alla vicenda “Co.fi.mer. Spa”, applicando il concetto di “continuazione fallimentare” e concedendo le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate: quattro anni e mezzo di reclusione a Vincenzo Franza, quattro anni a Pietro Franza, tre anni e mezzo a Francesco Cambria. Come pena accessoria legata alla legge fallimentare, i giudici hanno stabilito inoltre l’inabilitazione dall’eserci - zio dell’impresa commercialeper
ben dieci anni, e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

Poi sono state tutte assoluzioni. Quella decisa per i componenti del collegio sindacale Santamaura, Cutrì e Galletti, è totale
con la formula «perché il fatto non costituisce reato», quella per i fratelli Franza è parziale ma si riferisce però a tutti gli altri pesanti capi d’imputazione che erano contestati originariamente (sono altri cinque, ovvero i numeri 1, 7 e 8, l’assoluzione in questo caso è «perché il fatto non sussiste», e poi 2 e 12, l’assoluzione è invece «perché il fatto non costituisce reato»); si tratta - semplificando -, di altri casi di bancarotta fraudolenta, bancarotta semplice e di altre tipologie minori di reati, sempre legati alla normativa fallimentare.

Infine, visto che tra gli imputati era “rientrata” la società “MondoMessina Service s.r.l.”, la cui posizione fu in un primo momento stralciata per poi essere ricongiunta al processo concluso ieri, la sua responsabilità è stata esclusa, quindi si tratta di assoluzione, con la formula «perché il fatto non sussiste».

Le accuse

In questa vicenda le contestazionid’accusa mosse inizialmente dalla Procura abbracciavano un arco di tempo molto vasto che andava dal maggio del 2007 e si spingeva sino al 27 novembre del 2008, in pratica al deposito della sentenza di fallimento della società calcistica. Sei riguardavano i fratelli Pietro e Vincenzo Franza, e si articolavano per la gran parte con alcune statuizioni della legge fallimentare e del codice civile che riguardano la bancarotta fraudolenta, la distrazione di fondi ele false comunicazioni sociali. C’era poi un’ipotesi sempre integrata dalla legge fallimentare e dal codice civile che veniva contestata ai due imprenditori Pietro e Vincenzo, rispettivamente come presidente e ad dell’FC Messina, e come ad dell’FC Messina, per la presunta esposizione nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2005 di fatti non rispondenti a verità. Per le altre ipotesi di reato contestate ai due imprenditori si trattava in pratica di una serie di rapporti economici intercorsi con varie società e associazioni satellite, come “Ad Altiora”, “Eta Beta”, “Locat spa”, “MondoMessi - na s.r.l.”, “Co.fi.mer. Spa”. C’erano poi due contestazioni
che riguardavano Vincenzo Franza e Francesco Cambria, relative a compensazioni creditizie tra l’FC Messina e la “Co.fi.mer spa” per somme considerevoli, circa 4 milioni di euro, che avrebbero provocato la violazione della cosiddetta
“par condicio creditorum” (ecco l’unica pesante condanna inflitta, che riguarda i due Franza e Cambria).

Due contestazioni riguardavano poi Santamaura, Cutrì e Galletti, ma in relazione esclusivamenteal profilo dell’omesso controllo di tutte le attività societarie (omissione del potere di vigilanza e dei poteri ispettivi come componenti
del collegio sindacale dell’FC Messina), fatti che in concorso con gli imprenditori Franza avrebbe provocato «distrazione di consistenti risorse economiche della società».

Le richieste del pm

Il 27 gennaio di quest’anno il sostituto procuratore Fabrizio Monaco, uno dei magistrati che all’epoca si occupò dell’inchiesta insieme ai colleghi Vito Di Giorgio, Maria Pellegrino e Francesca Ciranna, aveva ricostruito tutta la vicenda. E aveva richiesto 5 anni per i fratelli Pietro e Vincenzo Franza, 3 anni e 6 mesi per Cambria, 3 anni per Santamaura, Cutrì e Galletti.

La risposta dei legali

Sulla sentenza della prima sezione penale del Tribunale che, in merito al fallimento dell'Fc Messina ha condannato fra gli altri dei fratelli Pietro e Vincenzo Franza, intervengono i legali dei due imprenditori. “Pur non potendo certo dirci soddisfatti di una sentenza di condanna, e nell'attesa di conoscerne le motivazioni, si legge in una nota degli avvocati Gullino, Perrone e Cambria, non possiamo fare a meno di evidenziare, senza alcuna presunzione, che già dalla lettura del dispositivo non è azzardato concludere che l'impianto generale dell'accusa non ha retto al vaglio dibattimentale.
Basti pensare che per l'accusa su cui si reggeva l'intero costrutto accusatorio, relativa alla operazione di cessione di marchi dalla società Messina Calcio alla consorella Mondo Messina, è stata pronunciata assoluzione perché il fatto non sussiste, sicché, continuano i legali, ci appare - allo stato - difficile comprendere come sia possibile ritenere insussistente il reato nella operazione finanziaria principale e ritenerlo invece sussistente nell'operazione ad essa accessoria e strumentale. Confidiamo, pertanto, conclude la nota dei tre avvocati, di potere ottenere in sede di appello il pieno riconoscimento della liceità dell'operato dei nostri assistiti anche in ordine alle residuali condotte per cui hanno riportato condanna.

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