Messina

La tonnara in pesca, il grido, la cialoma. Poi, solo la mattanza

Le varie fasi di un’attività che seguiva ritmi ancestrali con una componente quasi magico-sacrale

La tonnara in pesca, il grido, la cialoma. Poi, solo la mattanza

Peppinu Cambria


È stato Peppinu Cambria, quasi ottantenne quando l’abbiamo conosciuto negli anni Novanta, di Vaccarella, tonnarotu della ciurma del Tono di Milazzo dal 1927, appena diciasettenne, fino al 1966, a raccontarci con grande passione e accenti quasi epici, le ultime operazioni di calo della tonnara, anche queste scandite da un invocazione rituale collettiva, dove è possibile scorgere la persistenza di valenze magico-sacrali.

Il calo della tonnara

«Quannu a tonnara è tutta cruciata, u rasi, prima da spunta du suli, nesci ca muciara e cannalia pi vidimi si a correnti è di praia, e spetta finu u spuntari i suli, quannu a corenti po’ conciari. Si a corenti è di praia, e si manteni i praia,, u rasi dà u signali a chiurma ddumannu u foci ca disa e mustrannu a bannera. U guardianu, allura, sona a campana da capella. È l’avvisu pa chiurma i varari i barchi. ‘E dicemu viva Maria !...picciotti allistemu!...semu pronti!...sia ludatu u nomi di Gesù!...Arrivati dda fora u Sant’Andria si metti o latu i fora e u San Giuvanni o latu i terra e e si trasunu i latirali da tunnara. Si pigghia u musattu bastardu du latu i fora e du latu i terra e si mettti supra a puppa du Sant’Andria e du San Giuvanni. Poi si nesciunu i menzi potti e quattro pirsuna i cuciunu cu ghiummu e ddu cantuneri du musattu bastardu. U rasi, intanto, manna i barchi pi cannaliari, picchì nta buccola chi c’è nta catina da cantunera du musattu bastardu s’avi ttaccari nta l’assi i funnu.Nautri di brachi sunnu pronti cu l’ancori pi nguantari i cantuneri».

L’urlo del rais

A presiedere queste complesse fasi finali di allestimento della tonnara, c’è ancora una volta il rais che, con ordini perentori e inderogabili, impone con grande tempestività le singole scansioni lavorative. Al suo grido incalzante “picciotti allistemu”, gli uomini della ciurma a bordo dei due palascarmi, rispondono “semu pronti, rasi !”. La tensione che alimenta il lavoro concitato dei tonnaroti si scioglie al grido imperioso del rais: “Dicemu un credu a Sant’Antuninu…tagghia… sia ludatu u nomi di Gesù…vira giovini,vira!... A questo comando liberatorio, gli uomini della ciurma tagliano col coltello un pezzo di corda liberando così le ancore. L’ultima fase di lavoro che spetta alla ciurma prima di dichiarare la tonnara in pesca, è l’ancoraggio del pedale o cuda che collega saldamente l’”isola” alla terraferma.

La “cialoma”

Segno distintivo ritmico-vocale, comune a tutte le tonnare, era la cialoma. Secondo la testimonianza di Peppinu Cambria, la cialoma (ciloma nella parlata dei tonnaroti milazzesi) veniva intonata “quannu si mittia a tunnara a mari”, più in particolare “quannu si cazzaunu l’ancuri”, un’operazione, quest’ultima, fondamentale per allestire l’”isola”, ovvero il complesso sistema di reti a camera, in quanto consentiva di fissare saldamente sulle catene delle ancore i “bordi” principali della tonnara, cioè “i summi i fora e chiddi i terra”.Proprio in queste concitate fasi, uno dei quattro componenti l’equipaggio di ogni barca intonava da solista la cialoma, cui seguiva la risposta corale degli altri compagni di lavoro.

E sta tunnara, sempri mi fràia

E di punenti finu ai livanti

E lu sciroccu è malu cani…

Il canto delle tonnare

I 33 uomini della ciurma che presiedevano la tonnara, a turno, si trasferivano sulle barche poste lungo il perimetro del’isola di reti, spingendo lo sguardo lungo la costa di ponente, abbracciando così tutto il golfo di Patti, fino a Capo Calavà, da dove sarebbero giunti i tonni. Per compensare la monotonia dovuta alla sosta forzata, la ciurma intonava il canto delle tonnare. Mentri erumu in pisca – racconta Cambria – quannu nun c’era nenti i fari e l’occhi si naccaunu, a llocu mi nni pigghia u sonnu, ogniduno cantava a storia di li tunnari. Furunu i vecchi chi ci nisceru a storia e tunnari. Iò carusu ricoddu chi sta canzuni a cantauno puru a bonanima i me nonnu e me ziu.

La mattanza

La snervante attesa, scandita dai turni di guardia, poteva protrarsi per giorni, ma alla vista della gabbanata i tunni cu pineddu a pelo d’acqua che, dopo essere entrati nel golfo di Patti, subendo le prime mattanze nelle tonnare di San Giorgio, Oliveri, Salicà, giungevano nto basciu du Tonu, gli uomini della ciurma, mentre osservavano le convulse fasi in cui i pesci entravano nto spigu mastru, ossia nella bocca della tonnara, si lasciavano contagiare da una febbrile eccitazione. I tonni storditi e disorientati si aggiravano disperati fra le reti in cerca di una impossibile via di scampo, giungendo così fatalmente nella camera della morte, a contatto con la pesante e spessa rete, la culica, che li avrebbe avvolti in una spirale di morte. Solo allora il rais lanciava l’imperioso comando “Leva! Isamu giovini, isamu!”, seguito dalle grida degli uomini della ciurma “ambascila, ambascila!”, che iniziavano così ad issare la pesantissima rete. Quando la raccolta della rete si faceva più incalzante, i tonnaroti iniziavano ad intonare ritmicamente la cialoma, replicata con il consueto schema responsoriale “E iamola e senti a mmia…”, a questo punto seguiva la risposta all’unisono della ciurma “eiamola…eiamola !!”. Quando, infine, la rete era quasi a pelo d’acqua, bene incastellata nel quadrato dei parascalmi che delimitava lo spazio rituale della sanguinosa ed epica mattanza, il rais, avvolto in una cerata, posto supra a muciara, al centro dello specchio d’acqua, dopo aver invocato la protezione di Dio Padre, della Madonna, dei Santi Patroni, cui seguiva il grido liberatorio della ciurma, dava il segnale convenuto ai suoi uomini, ormai sovraeccitati ed impazienti di arpionare i tonni. La mattanza per tradizione – precisa Cambria – aveva inizio solo “quannu u suli era iautu supra u casteddu”. I pinni i jaddu e i pinni i jaddina, così sono indicati i micidiali arpioni (crocchi), “venivano fulmineamente usati dagli uomini della ciurma per infilzare e agganciare impietosamente i tonni che, per pochezza d’acqua, saltavano, investendosi a vicenda, in preda al panico, fino alle convulsioni mortali. Le vittime sacrificali, fra violenti colpi caudali, lasciavano infine le acque ribollenti di sangue, e sospinti impietosamente dagli arpioni, scivolavano pesantemente dal bordo dei parascalmi fino al fondo degli stellati di chiglia”. Alla fine della mattanza, che poteva prolungarsi per ore, il rais, ponendo un sigillo al cerchio rituale sacro che proteggeva la terribile mattanza, innalzava un ringraziamento a Dio per il buon esito della pesca “Sia ludatu u nomi i Gesu !!!”.

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