Messina

Addio a Maria Costa,
voce poetica dello Stretto

È morta a 89 anni alle Case Basse di Paradiso. Rappresentava un autentico patrimonio letterario, antropologico e culturale vivente, studiato in tutto il mondo

Addio a Maria Costa,  voce poetica dello Stretto

La “voce” genuina e intensa del nostro Stretto, la poetessa Maria Costa, se n’è andata ieri, in una plumbea giornata di settembre, a mezzogiorno preciso, nella sua amata “Casuzza” dove si sentiva “Regina”, circondata dal cortile e dal pozzo antico di Case Basse, a Paradiso.

Qui, da autentica “donna del popolo”, è cresciuta e ha creato le sue poesie che erano parte della sua anima sempre bambina, un misto di tradizione orale popolare dei cantastorie e di poesia dagli echi universali, versi scritti e “cantati” nella tipica lingua dell’infanzia, il suo dialetto di “Casi Basci”.

Avrebbe compiuto 90 anni il 15 dicembre, ed era in attesa del vitalizio della Legge Bacchelli, richiesto grazie a una petizione di intellettuali locali appoggiata dalla “Gazzetta” e all’impegno fattivo dell’assessore regionale alla Cultura Carlo Vermiglio, che aveva inoltrato la richiesta al Ministero.

È andata via dolcemente vicino al suo mare antico, in quel rione marinaro che ha cercato sempre di valorizzare e preservare dagli eccessi della modernità invadente, a ridosso di quello Stretto che non riusciva più a vedere ma che ha cantato tantissime volte, rievocando leggende, usi, costumi, personaggi, sapori e sguardi delineati alla sua maniera, con i suoi canti e la sua scrittura leggera, carica sempre di grande umanità e sapiente spiritualità.

Non la vedremo più recitare i suoi amati miti marinari e i personaggi cittadini, Colapesce, Scilla e Cariddi, S. Nicola, Antonello, il Cammaroto, la Fata Morgana, evocazioni liriche che rimangono fissate nei suoi libri (Farfalle serali, A prova ill’ovu, Scindenti e Muntanti, Abbiru maistru), nei due cd curati da Mario Sarica (U me regnu è u puitari, 2008, e I ràdichi dâ me terra, 2012, collana Phone e musiche di G. Calà ) e nelle tante “carte” inedite che saranno raccolte in quella Casa-Museo che l’amico di sempre Pippo Crea sta preparando e arredando con cura.

Maria Costa rappresentava un autentico patrimonio letterario, antropologico e culturale vivente, una poetessa che ha ricevuto tanti riconoscimenti nazionali e internazionali, tanto che nel 2006 il suo nome è stato iscritto nel registro dei “Tesori Umani Viventi”, Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana, oltre che avere ricevuto il prestigioso Premio “Buttitta”, al centro di tesi di laurea delle università di Palermo, Messina, Udine, Catania e Siena, di documentari e dell’intenso cortometraggio biografico “Come le onde” del regista messinese Fabio Schifilliti.

La sua attività poetica è stata al centro di studi dell’etnoantropologo Sergio Todesco, della nota giornalista Adele Cambria, del compianto Stellario Mangano, di altri intellettuali messinesi come Giuseppe Ruggeri (che ha portato in scena alcuni suoi testi), dei fratelli Sarica, di Giuseppe Cavarra, di Fava Guzzetta, del prof. Rando, di S. Bonanzinga, degli editori Intilla, Sfameni e Pungitopo.

La scorsa estate ci aveva rilasciato una vivida intervista: «Alla mia età sto perdendo le speranze di poter vedere rinascere il borgo di Case Basse, di rivederlo ospitale e salubre come era un tempo, un luogo di pescatori e persone semplici che ha resistito a terremoti, guerra, bombardamenti. Ancora ricordo le case adornate di uva nera dolcissima, spalancate al mare e al panorama dello Stretto, quel mare che ora non riesco più a vedere oscurato dalle tante mura», rilevava col suo tono vivace che univa la passione civile e l’ardore costante.

Ci raccontò di quel suo piccolo mondo-antico al confine tra la città e la Riviera: «Mio padre, che si era salvato dal terremoto e dal maremoto salendo in un albero e nel 1916 divenne padrone marittimo per il Mediterraneo trasportando la rena da costruzione, mi raccontava che alcuni letterati la domenica amavano “scasare”, andare fuoriporta per trovare refrigerio nel pozzo. Tra loro, oltre al noto poeta Giacomo Boner, il grande Giovanni Pascoli, che ai primi del ’900 ammirava i bambini che giocavano sulla spiaggia con i “praneti” fatti di carta velina, gli aquiloni, e da questa visione potrebbe essersi ispirato per la sua famosa poesia. Il pozzo della nostra casa era stato punto di riferimento per i soldati durante la guerra, tanto che una coppia tedesca è venuta a incontrarmi perché il padre soldato gli aveva raccontato di quell’acqua che lo aveva dissetato durante i bombardamenti», diceva senza nascondere le sofferenze dell’infanzia, lei che ricordava che da bambina, nel 1941, fu portata nelle sfilate davanti al famigerato nazista Goering.

A Case Basse è sempre vissuta, raccogliendo versi e suggestioni eterne dal suo, dal nostro mare: «Ogni anno a luglio mi emoziono a vedere a murina, quella lunga nuvola che all’alba si allunga tra Scilla e il Faro, che buccula il cielo e si muove come una murena». Ci rimangono le sue parole vere, di anima pura:. Donando un suo libro scrisse: «Che sia una goccia di balsamo alle ferite che ci dà la vita».

I funerali si terranno domani alle 11 nella Chiesa Cuore Immacolato di Maria, a Paradiso.

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