Messina

Dinnammare, un nome misterioso

Il sentito culto mariano legato ad un monte. Le tante versioni sulla “vedetta naturale” che guarda ai due mari

Dinnammare, un nome misterioso

Domani si concludono le celebrazioni di una delle feste religiose mariane più sentite del messinese, la Festa della Madonna di Dinnammare, con cui la comunità di Larderia, i fedeli e i devoti messinesi, guidati dall’instancabile parroco don Domenico Rossano, rendono omaggio alla Vergine “venuta dal mare”. La leggenda, ben delineata dal Calì e sulla “Gazzetta” da Nino Sarica, vede protagonista un’icona sfuggita a un naufragio, scovata da alcuni pescatori a Maregrosso e portata, in modo prodigioso, nel luogo dove venne eretto il santuario.

Una devozione, diffusa fin dal 1500, che ha coinvolto nel tempo personalità di rilievo, quali Sant’Annibale di Francia, che scrisse un’apposita “Salve” che viene cantata dai pellegrini, il grande giurista e beato Contardo Ferrini, il cardinale di Catania Dusmet e il cardinale Guarino. Dieci anni fa fu realizzato anche uno speciale annullo filatelico, promosso dal circolo culturale Polaris di Larderia.

Quello di Dinnammare è un toponimo arcaico e misterioso, su cui esistono diverse e ipotesi, relative alla sacralità del sito, il “magnum montem” (Pirri) la cui giurisdizione era del monastero di Mili e in seguito del monastero di San Filippo il Grande. Cattino ricorda il toponimo di epoca romana Mons Porphyrionis, legato alla natura ferrosa del sito. Se una tesi classica, evocata dal Fazello, si lega alla presenza dei due mari davanti al monte (da cui il termine Dinnammaris o Bimaris), lo studioso di Larderia Giovanni Matteo Allone riporta vari toponimi, Antennammare, come scrisse anche Pascoli, o Ntinnammari, termine che indicherebbe, come rileva Sarica, la vedetta naturale che guarda strategicamente ai due mari.

Diodoro Siculo riferisce del monte Calcidico (collegandolo ai coloni calcidesi), i greci Saturnio e Nettunio, per il tempio del dio del mare che identificava il luogo come un’antichissima area sacra: l’“Etymologicum siculum” del Vinci, da poco ristampato dalla Comunità Ellenica, fa riferimento a un “robur martis”, una quercia dedicata al culto di Marte. Curiosa la versione di Vito Amico, che nel suo Dizionario topografico parla di “monte delle damme”, in quanto le sue “pareti selvose e scoscese” abbondavano di questi particolari animali silvestri, “le femmine dei daini”. L’arrivo del pirata moro Hassam Ibn Hamar, poco dopo l’anno Mille, potrebbe essere invece un riferimento sia per il toponimo del sito sacro che per la stessa origine della leggenda del “Gigante” Grifone, la cui presenza è legata, insieme a Mata, al vicino borgo di Camaro, luogo fondativo della città.

Riccobono-Fumia fanno riferimento a un nome mariano della chiesa bizantina (Thynna-Mar-i), mentre alcune ipotesi legano le celebrazioni alla Madonna di Dinnammare alla ricorrenza liturgica del 5 agosto, che ricorda l’evento miracoloso della Madonna della Neve, avvenuto a Roma nel 352, quando ci fu la prodigiosa nevicata sulla cima dell’Esquilino, dove papa Liberio fece costruire la chiesa di Santa Maria Maggiore. Le pendici di Dinnammare erano collegati all’attività delle neviere gestite dai Ruffo, che fornivano la città (le suore di Montevergine la usavano anche per fare le granite) del prezioso elemento per la conservazione dei cibi e per la diffusione della gelateria locale.

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