Operazione “Totem”

Le mani della mafia sull’industria del divertimento

Gli interessi del gruppo spaziavano dai ristoranti alle discoteche, passando per le scommesse e le corse di cavalli. Gestiti beni sotto sequestro o confisca con la complicità di un amministratore giudiziario e di un professionista

Le mani della mafia sull’industria del divertimento

Al clan di Giostra l’abilità nel fiutare gli affari non mancava di certo. La sua “longa manus” si è estesa in rapidissimo tempo sulla cosiddetta “industria del divertimento”: stabilimenti balneari, discoteche, videopoker, centri scommesse e le immancabili corse clandestine di cavalli. Un mercato, questo, che al giorno d’oggi promette guadagni facili, a fronte di un controllo non troppo complesso. Secondo polizia e carabinieri, tutto ciò avveniva in maniera illecita. E in alcuni casi il sodalizio mafioso non ha esitato a dare una spallata allo Stato, estromettendolo dalla gestione di beni sottoposti a sequestro o confisca. In che modo? Facendo leva su amministratori giudiziari compiacenti o professionisti “amici”.

Le indagini

Le attività non sono passate inosservate agli investigatori, che, coordinati dal procuratore capo Guido Lo Forte e dalla Dda, hanno posto l’attenzione sugli assetti organizzativi del clan. Dopo meticolose indagini, ieri mattina è scattata l’operazione “Totem”, sfociata nell’arresto di 23 persone (un individuo è ancora ricercato). Reggente del sodalizio, secondo l’accusa, Luigi Tibia: al vertice della piramide, assieme alla moglie Maddalena Cuscinà e ad altri due affiliati, Giuseppe Schepis e Luciano De Leo, garantiva il reimpiego dei proventi illeciti derivanti dal gioco d’azzardo e dalle scommesse clandestine, reinvestiti, poi, nei settori della ristorazione e dell’intrattenimento.

Le complicità

Dalle indagini degli uomini della Squadra mobile (in particolare la Sezione criminalità organizzata e narcotici), e dei militari del Comando provinciale, è emerso che il sodalizio mafioso contava sulla complicità dell’avvocato Giovanni Bonanno, in qualità di amministratore giudiziario, per continuare a gestire, mediante uomini fidati, il lido “Al Pilone” e la società di distribuzione di videopoker e raccolta di proventi di gioco “Eurogiochi”. Imprese, queste, già confiscate nel 2012. Gli investigatori, nelle due informative depositate sui tavoli dei magistrati Maria Pellegrino, Liliana Todaro e Fabrizio Monaco, hanno rilevato che dello stabilimento balneare di Torre Faro si sarebbe occupato Antonio D’Arrigo (tra le altre cose presidente del Camaro Calcio), a cui «era affidata anche l’effettiva conduzione della discoteca “Il Glam”». C’era poi chi, servendosi di un network di imprese sprovviste dei requisiti necessari nell’ambito dei giochi online, aveva il compito di raccogliere le puntate e pagare in contanti le vincite, utilizzando server dislocati fuori dai confini nazionali. Tale ruolo era assegnato a Francesco Forestiere, Carmelo Salvo, Francesco Gigliarino, Agatino Epaminonda, Carmelo Raspante e Santi De Leo. Con gli introiti venivano così acquistati videopoker, totem e slot-machine, “taroccati” grazie a software illegali.

Il lido-piscina

Tra gli episodi finiti sotto la lente vi era l’intenzione di Tibia di gestire il lido-piscina della struttura balneare “Giardino delle palme” di Mortelle, per la stagione estiva 2014, posta in liquidazione coatta. Tibia, con l’appoggio del concorrente esterno Pietro Gugliotta (attualmente vicepresidente dell’Acr Messina), commissario liquidatore della società cooperativa di navigazione “Garibaldi”, in liquidazione coatta amministrativa, proprietaria di due stabilimenti balneari al “Grand Hotel Lido - Giardino delle palme”, ha ottenuto in affidamento le strutture, «turbando lo svolgimento della gara». Ha conseguito, quindi, la concessione e l’ha gestita tramite la società Ti.de. srl.

L’imprenditore

Calogero Smiraglia, detto Carlo, avrebbe messo a disposizione dell’associazione mafiosa proprie attività e risorse economiche per consentire il reimpiego di somme di denaro di provenienza delittuosa. Non solo: era disponibile ad assumere personale segnalato da Tibia, ricevendo protezione da eventuali estorsioni e rapine.

Corse di cavalli

Tibia e i suoi adepti avrebbero organizzato più corse clandestine di cavalli, con tanto di scommesse illecite. I poveri animali venivano trattati con farmaci per poter affrontare le competizioni. E per la prima volta, sul piano probatorio, sarebbe stato acclarato un rapporto diretto tra corse equine e raccolta delle scommesse da parte della consorteria di Giostra.

Le armi

Tra gli arrestati figura Massimo Bruno, il quale, secondo gli investigatori, teneva per conto di Tibia e di altri affiliati, tre fucili da caccia, dei quali uno con canne mozzate, e numerose munizioni.

La punizione esemplare

Sempre Tibia, assieme a Luciano De Leo, avrebbe picchiato un giovane “reo” di aver commesso alcuni furti. Il malcapitato sarebbe stato sequestrato e costretto a rimanere per una settimana intera dentro una cabina del “Lido Park”.

I sequestri

Sottoposti a sequestro preventivo la società “I sapori del mattino”; la società Ti.de. srl; un fabbricato con annessa area adibita a stalla, sede della scuderia “Bellavista”; un’Audi Q7; totem, pc e modem installati in 10 esercizi.

I reati contestati

I 23 arrestati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, detenzione illegale di armi, esercizio abusivo di attività di gioco o di scommessa, corse clandestine di cavalli e maltrattamento di animali. Gli interrogatori si terranno tra oggi e l’1 luglio, davanti al gip Monica Marino, che ha firmato i provvedimenti restrittivi. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Salvatore Silvestro, Antonello Scordo, Pietro Luccisano, Francesco Traclò, Giuseppe Donato, Alessandro Billè, Rosy Spitale, Daniela Agnello, Nunzio Rosso e Nino Cacia.

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