Messina

Il gip: Policlinico adoperato per scopi privati

Nell’ordinanza di custodia i particolari dell’arresto dei tre medici a Messina dopo le diagnosi dei “falsi tumori”. Le testimonianze delle pazienti e la consulenza della procura. Gli interrogatori di garanzia tra giovedì e venerdì

Policlinico Messina

Il Policlinico adoperato come una clinica privata, ovvero «... strumentalizzare una struttura pubblica per i propri scopi professionali privati».

Nelle 78 pagine dell’ordinanza di custodia che ha portato agli arresti domiciliari i tre medici messinesi Letterio “Elio” Calbo, suo figlio Enrico Calbo e Massimo Marullo, per la storia delle “Protesi mammarie d’oro” e dei falsi tumori, c’è tutta la storia raccontata per filo e per segno dal gip Tiziana Leanza.

Non è ancora stabilito quando i tre indagati compariranno davanti al gip con i loro difensori, gli avvocati Giuseppe Carrabba e Piero Pollicino, per fornire la loro versione dei fatti, gli interrogatori di garanzia dovrebbero comunque tenersi sicuramente tra giovedì e venerdì.

Il gip Leanza descrive sin dall’inizio questa inchiesta, partendo dall’esposto-denuncia che partì dallo stesso Policlinico, lo depositò il 24 maggio del 2013 l’allora direttore del dipartimento amministrativo Giuseppe Laganga, e poi sviluppa temporalmente i vari passaggi investigativi della Sezione di Pg della polizia, quindi tiene conto della fondamentale consulenza medico-legale eseguita durante l’inchiesta dai dottori Elvira Ventura Spagnolo e Nello Grassi.

Passando ovviamente dalla cospicua parte dedicata alle testimonianze di tutte le donne, sono dodici, sottoposte a mastectomia senza che ci fosse alcun bisogno dal punto di vista patologico, nel reparto di Endocrinochirurgia all’epoca diretto dal prof. Elio Calbo.

Il gip parla per esempio di «... disarmante disinvoltura con cui gli indagati si prestavano all’esecuzione di interventi di chirurgia radicale al seno e successiva ricostruzione, in alcuni casi per finalità dichiaratamente estetiche, in altri a fronte di patologie di natura tale da non giustificare un trattamento chirurgico di simile portata, in altri, ancora per rimediare a errori commessi nel corso di precedenti interventi»; oppure di «... abituale utilizzo di protesi di provenienza “privata”, non fornite, cioé, dalla struttura ospedaliera pubblica di riferimento»; ed ancora di «... mancata effettuazione di esami specialistici sia prima dell’intervento, per definire la diagnosi, che dopo lo stesso, per confermarla».

Il gip, una volta esaminati tutti gli atti dell’inchiesta condotta dal pm Antonella Fradà, non ha dubbi. E scrive che «il complesso delle informazioni assunte all’esito dell’approfondita e puntuale indagine condotta dall’autorità inquirente, riletto alla luce delle risultanze della consulenza medico legale disposta sulla documentazione acquisita in atti, consente una ricostruzione dell’agire illecito degli indagati che non lascia adito a incertezze di sorta».

C’è di più. Scrive infatti il gip che «la protervia degli indagati è resa viepiù evidente dalla disinvoltura con cui si sono adoperati per ostacolare l’attività di indagine alterando ex post le cartelle cliniche mediante l’apposizione di etichette relative a protesi diverse rispetto a quelle effettivamente impiantate, tentando di minimizzare, nell’audizione davanti alla commissione disciplinare, la portata e gli effetti del loro agire e cercando, con false informazioni, di dissuadere le pazienti convocate dalla suddetta commissione dal presentarsi».

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