Teatro Vittorio Emanuele

Caligola e l’incurabile malattia del potere

In scena lo spietato spettacolo diretto da Roberto Bonaventura

Caligola e l’incurabile malattia del potere

Dopo il successo estivo raccolto durante la V edizione del Forte Teatro Festival di San Jachiddu, “Mostrocaligola” - la produzione della compagnia “Il Castello di Sancio Panza” - torna in una nuova veste al Teatro Vittorio Emanuele. Non si hanno notizie di Caligola da tre giorni, dalla morte di Drusilla, sua sorella e amante: tra fatiscenti drappi porpora e le macerie di ciò che resta di un impero, i tre patrizi Cherea, Lepido e Mereia discutono della possibilità di attuare un colpo di Stato. Contro ogni previsione, però, Caligola (Monia Alfieri) è vivo ed entra in scena, ormai consapevole di una sola grande certezza: “Questo mondo così com’è non è sopportabile. Gli uomini ci muoiono intorno e non sono felici”. Prende le mosse da qui, lo spietato spettacolo di cabaret diretto da Roberto Bonaventura, un’opera teatrale che si ispira al dramma di Albert Camus e si completa con le fonti storiche di Svetonio, da cui sono attinti gli elementi più propriamente biografici dell’imperatore.

Tralasciate volutamente la bizzarria e la mefistofelica natura incline alla perversione, Roberto Bonaventura si concentra, piuttosto, sull’elemento sovversivo del personaggio e ne enfatizza i lineamenti ambigui, complice la passionale, ma elegantemente misurata, interpretazione di Monia Alfieri.

Il Caligola che si presenta agli occhi degli spettatori è il personaggio, solenne e contemporaneo, di un videogioco a metà strada tra Tekken (al quale sembra ispirarsi per tecniche di combattimento e poteri ultraterreni) e Assassin’s Creed (a cui si richiama per la raffinatezza dei costumi, curati da Francesca Cannavò). È l’imprevedibilità di azione che fa dello show di Caligola uno spettacolo febbrile e decadente, grazie anche al contributo delle musiche, suonate dal vivo, dei Brothel (Giovanni La Fauci, Simone Di Blasi, Antonio Costanzo e Stefano Barbagallo), che da “Pugni chiusi” a “Celeste nostalgia” fino ad una divertente reinterpretazione del brano “Popcorn” dei Kraftwerk, costruiscono un materiale in piena sintonia con il senso di disprezzo e riluttanza che prova il protagonista nei confronti del mondo a lui circostante. Come un bambino insolente che pretende di attirare su di sé l’attenzione del pubblico, Caligola agisce senza pietà – con il sostegno materno di Cesonia, interpretata da una sensuale Lucilla Mininno che, anche sui tacchi, riesce a sostenere il peso fisico e morale del suo amante-imperatore.


Esiste una logica, molto ragionata, nella follia che guida Caligola, ed è la volontà precisa di umiliare e annullare l’aristocrazia, le cui viscide ipocrisie si delineano magnificamente nelle interpretazioni di Raimondo Brandi, Ferruccio Ferrante e Gianluca Cesale, che non risparmiano riflessioni dissacranti sul mondo della politica e dell’arte. L’imperatore grunge portato in scena da Roberto Bonaventura divampa nella sua stessa solitudine e la brama di possesso della Luna confonde le ragioni di Stato con le questioni private: l’incurabile malattia del potere.

(Foto di Gaetano Sciacca)

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