Patti

Il 60% dei pattesi vivrebbe
sotto la soglia di povertà

L’economia cittadina sotto la lente d’ingrandimento dell’Istat. Si registra anche un reddito procapite tra i più bassi della provincia

Il 60% dei pattesi vivrebbe  sotto la soglia di povertà

Il 60% dei pattesi vivrebbe sotto la soglia di povertà, con un reddito procapite tra i più bassi della provincia; mentre il tasso di disoccupazione giovanile si attesterebbe intorno al 40%. Sono solo alcuni dei dati resi noti dal gruppo politico “Anima pattese” e contenuti nell’e-book “Patti in Cifre”, frutto di uno studio sociologico e statistico curato dal candidato sindaco Nicola Calabria. Attraverso l’incrocio dei dati estrapolati da Istat, ministero delle Finanze, Irpef, ministero del Lavoro e Camera di commercio, il leader dei Consumatori sarebbe riuscito a produrre un’analisi più o meno dettagliata sulla popolazione pattese, con un focus specifico su famiglie e rapporti giovani-anziani.

Il quadro che ne vien fuori? Desolante, almeno stando alle riflessioni di Calabria: «Da un lato – osserva il candidato – gli indicatori economici e occupazionali evidenziano l’assenza di un settore produttivo trainante; dall’altro si registra il crollo dell’occupazione nell’edilizia». Altri indicatori provengono dai dati sull’Iva, che evidenzierebbero un «accresciuto malessere delle imprese a partire dal 2010» e svelerebbero il «disinteresse degli imprenditori» verso la città.

«Sulla base di questo studio – afferma Calabria - abbiamo elaborato il nostro progetto di rilancio per Patti». Un’impresa tutt’altro che semplice, in ragione di una crisi che picchia forte a tutti i livelli. Con il modello “Patti città dei servizi” ormai sul viale del tramonto, la cittadina si ritrova a fare i conti con la perdita di un ruolo che nel passato l’aveva elevata al rango di centro burocratico e amministrativo di riferimento per tutto l’hinterland.

I numeri Istat, del resto, parlano chiaro: se nel 1981 la popolazione attiva impiegata nel terziario si attestava al 52,43%, nei primi anni 2000 la percentuale è schizzata al 74,01. Un aumento che, in ragione della zoppicante industria turistica e del pressoché stazionario settore commerciale, si spiega in gran parte con la proliferazione dei pubblici uffici e l’assorbimento di nuova forza lavoro all’ombra dei palazzi amministrativi.

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