Messina

Anche la “sfiducia” è diventata ormai una farsa

Alle responsabilità dell’amministrazione comunale in carica si aggiungono gli insopportabili “balletti” dei partiti e dei loro presunti leader. Il giochetto delle mozioni: tutti contro Accorinti ma poi in fondo prevalgono i calcoli. Sulla pelle dei messinesi!

consiglio comunale messina

Una farsa. Ecco cos’è diventato il tormentone “sfiducia”. Una baruffa a volte persino grottesca tra partiti in cerca di un posto al sole per le elezioni che verranno, da Messina a Palermo, a Roma. Il tutto camuffato sotto l’abusata maschera del supremo “interesse della città”. Ma davvero i grandi architetti della politica nostrana pensano che la città sia interessata a questo incomprensibile teatrino? Il prologo della commedia in autunno: in principio fu Adamo (già, curiosa la coincidenza biblica), che rimase però solitario; poi toccò a quattro consiglieri comunali che a quel tempo bazzicavano tra Pd e Megafono; poi i Dr di Picciolo si dissero d’accordo, ma preannunciando una mozione tutta propria; quindi anche Forza Italia, che allora poteva contare su meno consiglieri delle dita di una mano, si disse d’accordo ma con la proposta di una non meglio specificata mozione “tecnica”. E l’Udc rimase in silenzio, tenendosi ben lontano dalla ressa come del resto suggerisce il manuale della politica dei due forni di cui il partito centrista è maestro. Poi venne “Gettonopoli”, i consiglieri sfiducianti vennero a loro volta sfiduciati dal pubblico ludibrio, e tutto si placò. A Natale ecco la zampogna di Vaccarino ad accompagnare la grande trasmigrazione di tre quarti di Pd in Forza Italia, i vassalli tutti al seguito del padrone Genovese, fresco di scarcerazione e di matrimonio con Miccichè.

Passano i mesi, il quadro politico è profondamente mutato, ed ecco che la parolina magica “sfiducia” – complici i clamorosi autogol dell’amministrazione Accorinti specie sul campo economico-finanziario – torna prepotentemente ad essere pronunciata nei corridoi di Palazzo Zanca. A lanciare il sasso nello stagno è ciò che resta del Pd, secondo i diktat dei commissari Carbone e Aiello che già nei mesi precedenti avevano pressato affinché si mandasse anticipatamente a casa Accorinti. Si accodano subito i Dr, che però si affannano a spiegare che in fondo la primogenitura è anche loro. Insomma, non sia mai che si dica che son partiti prima gli altri. E al duo Pd-Dr (che in fondo sarebbero pure un partito unico, ma in questo marasma cosa vuoi che importi) si aggiunge Ncd: «Sfiduciamo Accorinti, la città ce lo chiede», il mantra.

Forza Italia, che nel frattempo è diventato partito di maggioranza bulgara secondo le migliori tradizioni genovesiane, frena: «La marea monta, ma non è ancora ai massimi livelli», la splendida figura retorica tirata fuori da Peppuccio Santalco, uno dei transfughi, uno dei più esperti. La traduzione dal politichese? Forza Italia, anzi, Genovese non è pronto. Anche perché il processo Corsi d’oro non s’è chiuso e chi lo sa cosa può succedere nei prossimi mesi? Troppo azzardato iniziarla oggi, la campagna elettorale. Sempre nel supremo interesse della città, beninteso. E quando anche Crocetta sembra aver deciso di mollare Accorinti (tanto l’eventuale commissario lo deciderebbe lui, e i Picciolo della situazione sarebbero al suo fianco), viene fuori D’Alia, che rompe un silenzio strategico (per gli interessi della città, non dimentichiamolo) e dice: «Sono d’accordo con la sfiducia, ma non con quella di Pd e Dr. La presentiamo noi il 3 aprile».

Insomma, c’è sfiducia e sfiducia… Fino a ieri eravamo alle prese con una mozione “a scadenza” (quella dei trenta giorni ripescata dai Dr negli uffici di un notaio a insaputa di tre dei quattro firmatari originari, i quattro consiglieri di cui sopra), manco fosse un latticino o un salume, oggi abbiamo la sfiducia “ad appuntamento”. Sabato barbiere, settimana prossima cena coi parenti, venerdì aperitivo, Pasquetta fuori porta, 3 aprile sfiducia. «Che è una cosa seria», ci tiene a ribadire D’Alia. «La sfiducia va fatta subito, Messina merita di risorgere!», tuona il “subcommissario” (visto che di commissari ne abbiamo tanti, ci voleva pure il “sub”) del Pd, Ferdinando Aiello da Cosenza. «Vogliamo votare a giugno!», sentenzia Picciolo. «Non c’è più tempo da perdere, noi andiamo avanti!», il grido di battaglia di Germanà, che con D’Alia dovrebbe in teoria essere coppia di fatto in Area popolare (ma anche qui, che vuoi che importi?).

Alla fine della giostra, il domani sembra scritto: se l’Udc – che tra i due forni a questo giro sembra ormai indirizzato verso quello di centrodestra – non firma la mozione di Dr, Pd e Ncd, vuoi che succeda il contrario? Il motto pare essere: tante sfiducie, nessuna sfiducia. I partiti si avvitano su se stessi, dimostrando di non aver imparato la lezione del giugno 2013, quando sì, la città disse ciò che voleva, o forse meglio, ciò che non voleva più: coltivatori di orticelli personali, al massimo di gruppi ristretti. Dietro il solito paravento, il supremo interesse della città.

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