L’ultimo album di Manuele Scalia e i “Three Blind Mice”

Dalla Sicilia a Berlino lungo le rotte
del blues e del rock

Dalla Sicilia a Berlino lungo le rotte del blues e del rock

The Three Blind Mice. Foto di Slavica Veselinovic

C’è un treno che parte dalla Sicilia, destinazione Berlino, unica sosta Milano. Su quel convoglio è salito una ventina d’anni fa Manuele Scalia, musicista messinese oggi frontman dei Three Blind Mice, band di culto della scena mitteleuropea. Un percorso, il suo, che parte dal post-punk e dal gothic degli anni Ottanta per arrivare fino alle sonorità del cinema surreale di David Lynch o dei “pulp” di Quentin Tarantino. E là in mezzo c’è la storia del blues e del rock, come rivela “The Chosen One”, ultimo lavoro del quartetto milanese (prodotto da Kristof Hahn degli Swans per l’etichetta tedesca Pale Music), i cui riferimenti dichiarati nelle note allegate al disco spaziano dagli spiritual afro-americani al folk/country americano fino a Bryan Ferry e ai Roxy Music.

E questa originale mescolanza alchemica, a tre anni dall’uscita di “Early Morning Scum”, suscita ancora più entusiasmo nei critici del settore e permette ai “tre topolini ciechi” di proseguire l’interminabile tour nei club e sui palcoscenici di mezza Europa. Un “viaggio senza ritorno” che fa da filo conduttore ai nuovi dieci brani registrati a Berlino, mixati a Milano e costruiti intorno alla voce cavernosa e alle trascinanti chitarre di Manuele Scalia, accanto al quale si muovono gli ottimi Daniele De Santis (chitarre) Matteo Gullotta (basso) e Francesco Rivabene (batteria e percussioni).

E in quel tragitto randagio ci si può trovare su una chiatta che incede lenta sulle acque del fiume Sprea (l’epica e travolgente “River Of No Return”) o su una barca in alto mare durante il sofferto ritorno a casa di un marinaio (le suadenti armonie della ballad “Sailor Song”). Ci si può risvegliare infreddoliti su uno dei vagoni gialli della metropolitana U-Bahn (“Berlin Blues” sembra un omaggio al Morricone degli spaghetti-western tra glissando di chitarre e ululati dell’armonica a bocca) o proseguire lungo la frontiera come un figliol prodigo che non ricorda più il suo nome (il ritmo e l’atmosfera di “Neon Lights” deraglia quasi nel “pop-rock” svelando quanto sia ricca e imprevedibile la tavolozza cromatica del gruppo di Scalia).

Inevitabile in diversi frangenti il richiamo alla memoria di Nick Cave & The Bad Seeds o dei Crime & The City Solution, non a caso due band chiamate nel 1987 da Wim Wenders a suonare nel suo film-capolavoro tra gli angeli sotto il cielo plumbeo di Berlino.

Ed è lì che quasi trent’anni dopo quel genere di musica, nella sua naturale evoluzione “made in Italy”, continua a echeggiare nella “notte eterna” tra Alexanderplatz e l’ombra del Muro.

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