messina

Interrogatori Gotha 6,
in tre non rispondono

Sono iniziati oggi gli interrogatori delle 13 persone arrestate nell'operazione Gotha 6. Il gip De Marco, alla presenza dei sostituti della DDA Di Giorgio e Cavallo, ha sentito Domenico e Salvatore Chiofalo, Pietro Nicola Mazzagatti ed il 28enne Antonino Calderone.

Arresti per 17 omicidi, anche quello di Beppe Alfano

Foto A. Villari

I Chiofalo e calderone si sono avvalsi della facoltà di non rispondere mentre Mazzagatti ha respinto tutte le accuse

Il romanzo della mafia barcellonese si è arricchito di un nuovo capitolo. Si chiama Gotha 6 e raccoglie le pagine più cruente della storia di Cosa Nostra barcellonese. Venti anni di controllo totale del territorio, la soluzione di 17 omicidi con ben 7 pentiti che hanno messo in fila i nomi di mandanti ed esecutori svelando particolari inediti e tremendi di esecuzioni spietate. A volte per poco o nulla, per aver disturbato una donna in un negozio o aver rubato in casa di amici degli affiliati, per aver praticato usura ed estorsioni senza chiedere l'autorizzazione alla famiglia mafiosa. Domenico Pelleriti di Basicò fu eliminato per aver rubato un camion di sanitari ad un'impresa che pagava il pizzo al boss Giuseppe Gullotti. Un'azione intollerabile. Così Gullotti e Sem Di salvo, incaricarono Santo Gullo, collaboratore di giustizia anche nella Gotha 6, di prelevare Pelleriti, e condurlo in un vivaio in contrada Salicà a Terme Vigliatore appartenente a Nunziato Siracusa anche lui oggi pentito di mafia. Pelleriti fu legato ad una sedia, interrogato da Gullotti, Di Salvo e Mimmo Tramontana, colpito con calci e pugni per costringerlo a confessare. All'esterno Siracusa intanto scavava la fossa. Terminato il pestaggio Gullotti concesse a Pelleriti un'ultima sigaretta, ordinò che gli venissero tolti gli effetti personali ed uscì dalla stanza. Poi fu ucciso con due colpi di pistola alla testa esplosi da Tramontana e Siracusa. Quindi il corpo fu adagiato nella buca appena scavata. La tomba però non è mai stata trovata. I resti sono stati cercati di recente nei cimiteri della mafia indicati dai pentiti ma senza alcun risultato.
Spietata anche l'esecuzione di Carmelo Mazza ucciso da un commando la sera del 27 marzo 2009. L'uomo era accusato di praticare estorsioni senza l'autorizzazione del gruppo. Così fu decisa la sua eliminazione. Francesco D'Amico, Carmelo Giambò e Domenico Chiofalo lo attesero all'uscita della palestra che frequentava ad Olivarella. La scena fu ripresa dalle telecamera di videosorveglianza. L'auto dai killer affiancò quella di Mazza che venne raggiunto da una prima fucilata. La Smart senza controllo sfondò il cancello di recinzione della palestra andando a schiantarsi contro un muro. Qui D'Amico e Chiofalo lo finirono con diversi colpi d'arma da fuoco. Finì così tragicamente la parabola di un emergente del clan, esattore del pizzo e uomo di fiducia del boss Carmelo D'Amico. Una fiducia tradita, un'onta che secondo le regole della mafia non può che essere lavata col sangue.

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