L'analisi

Tramontati i tempi bui
di connivenze e sottovalutazioni

Vent’anni di mattanza mafiosa sistematica e tragica all’ombra di una Cosa nostra barcellonese feroce e sanguinaria, di rango criminale tristemente paritario a quella palermitana e nissena.

Tramontati i tempi bui di connivenze e sottovalutazioni

Nelle parole distillate e sottili che il procuratore Guido Lo Forte ha pronunciato ieri per spiegare l’operazione “Gotha 6” i riferimenti per così dire subliminali sono tanti.

A cominciare dalla sottovalutazione ormai “storica” di cui proprio Cosa nostra barcellonese e il suo apparato di fiancheggiatori, conniventi e depistatori hanno goduto per decenni.

In questi ultimi anni il patrimonio di conoscenze sulla mafia tirrenica è esponenzialmente aumentato tanto più si andava a ritroso negli anni a “controllare” le cose che tutti sapevano e nessuno “vedeva”.

La comparazione del sistema mafioso barcellonese a quello palermitano e nisseno non è affatto una “esagerazione” come molti sarebbero portati a pensare. È nella realtà dei fatti, degli omicidi, delle faide, delle gerarchie, delle connivenze, che le varie operazioni “Gotha” di questi anni sono riuscite a dimostrare con una serie di riscontri eccezionali.

Ed ecco l’altro punto nodale citato dal procuratore Lo Forte: il «riscontro maniacale» cui si sono dedicati in questi anni i sostituti della Dda Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, il riscontro maniacale che ha consentito fino ad oggi alle prime cinque puntate dell’inchiesta “Gotha” già avviate processualmente, di mantenere un alto grado di “tenuta” nelle varie fasi di giudizio.

Un altro aspetto. Ci sono stati tempi molto bui a Barcellona e nelle sue propaggini tirreniche. Tempi in cui i cittadini, i ragazzi, gli anziani, conoscevano perfettamente nomi e volti dei mafiosi, e li vedevano tranquillamente andare a messa la mattina presto, parcheggiare l’auto davanti al bar, offrire il caffé ai presenti e maledire gli assenti e lo Stato.

Mafiosi riconosciuti eppure liberi di girare e sparare, mai condannati e molto incensurati, pieni di soldi con gli affari del movimento terra, delle autostrade, dei raddoppi ferroviari.

E ogni cittadino, ogni ragazzo, ogni anziano, guardandoli “agire” tranquillamente avrà magari sputato per terra rintanandosi dopo un minuto senza speranza nella propria casa, per maledire la propria nascita e la propria condizione.

Perché lo Stato non c’era, c’era la mafia. Per punire qualcuno che rubava dove non doveva, per ammazzare chi spacciava senza permesso, per raccattare denaro dal business dei rifiuti e dell’edilizia.

Ora questo scenario oscurantista non esiste più. I mafiosi che prima brindavano e guadagnavano sono in galera, e ci resteranno per un bel pezzo, il terrore che incutevano si è smorzato se non dissolto, ma soprattutto nel sentire comune lo Stato è ritornato a godere di quel prestigio che aveva irrimediabilmente perso negli anni delle libertà ostentate.

Perfino mafiosi di rango come Carmelo D’Amico e Carmelo Bisognano hanno capito che l’aria era profondamente cambiata, scegliendo di pentirsi per raccontare tutto, o quasi. E chissà che dopo questa ultima operazione, premonitrice di condanne pesanti, qualche altro capo non decida di cambiare cella e aria.

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