Tennis

Federer, un privilegio essere suoi contemporanei

L'ottavo trionfo a Wimbledon

Federer, un privilegio essere suoi contemporanei

Nell’Olimpo erano tutti d’accordo: il “collega” con la... delega al tennis avrebbe dovuto materializzarsi ancora una volta sul pianeta terra, come a Melbourne cinque mesi fa, dopo sei mesi di oblio. E a scanso di sempre possibili scherzi di stelle avverse e beffarde (2008 Nadal a Wimbledon, 2009 Del Potro a New York, 2015 Djokovic a Wimbledon e New York: tutte occasioni sfuggite per un nonnulla) hanno scagliato un dardo sotto il piede sinistro di Marin Cilic, indebolito evidentemente nella forza fisica ma nel complesso annichilito da un avversario irreale, da un contesto ambientale – il tempio di questo sport, il mitico Centre Court dell’All England Lawn Tennis Club, un luogo in cui non ti ammettono come socio neppure dopo una risonanza magnetica – che soffiava impetuoso e impietoso verso una direzione: l’ottavo trionfo sulla sacra erba londinese di Re Roger. Oltre la leggenda.

Chi sa di questo sport, e anche chi sa poco ma lo apprezza, avverte che veder giocare Federer a tennis è un balsamo per l’anima, «un’esperienza» addirittura «religiosa» per dirla con David Foster Wallace; una «poesia», come aggiunse Guillermo Vilas. È, probabimente – per chi scrive lo è senz’altro – il più forte di ogni tempo, di certo il più bello, ma non è questo il punto: il suo gioco abbraccia una tecnica divina, giacché non deve sorprendere il ricorso alla letteratura. Federer pensa e fa in campo quel che schiere di straordinari campioni non hanno osato e non osano neppure immaginare. La varietà delle rotazioni, la potenza liquida delle esecuzioni, l’assoluta eleganza dei movimenti assecondata dalla velocità negli spostamenti, la capacità di scovare angoli che sfidano fisica e cinetica, e iperboli incontrollabili lungolinea o in diagonale, lo hanno portato semplicemente su un altro pianeta. Federer sta al tennis come Michael Jordan sta al basket, Mohamed Alì alla boxe, Pelè al calcio, Michael Phelps al nuoto, Ingemar Stenmark allo slalom speciale di sci; Michelangelo alla scultura, Raffaello alla pittura, per allargare il campo delle arti: perché lo sport – queste espressioni dello sport – entra di diritto nel campo delle arti più alte.

I record raggiunti – 19 Slam, 93 titoli, 105 milioni di dollari vinti in carriera solo come montepremi – sono la conseguenza di un genio tennistico che è al contempo antico e moderno. Ha detronizzato Sampras, che nell’Olimpo di questo sport ci sta eccome, ha dominato per quasi 300 settimane la classifica mondiale, ha subìto l’avanzata di Nadal e Djokovic, l’interregno di Murray, ma non ha mai mollato. Ha sempre creduto di poter raggiungere gli obiettivi più arditi, ha atteso, s’è ricostruito, ha trionfato a 36 anni in due Slam.

È stato un privilegio essere un suo contemporaneo; lunga vita a questo dio del tennis, ma se anche dovesse finire qui andrebbe benissimo. Noi lo abbiamo visto, noi c’eravamo.

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