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Brexit, inglesi
verso la catastrofe?

Un documento del Governo di Londra, subito fatto sparire, parla di prospettive apocalittiche per le finanze del Regno Unito

Brexit, inglesi  verso la catastrofe?

Sembra quasi uno scioglilingua, ma per capire le radici più profonde della “Brexit”, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, dobbiamo prima parlare di “Brexin”. Neologismo da noi coniato per ricordare la prima “entrata”, un po’ forzata per la verità, del Regno Unito nel Vecchio Continente. Furono le legioni romane (e senza referendum) a imporre una convivenza che, fatta la tara, avrebbe portato un mare di vantaggi alle tribù locali. Che anche a quei tempi vivevano nel mito della birra e sonnecchiavano sulle querce. Razzismo inverso? Per carità, è storia.

Roma, certo, era liberticida. Ma non più di quanto lo fossero, tra di loro, Iceni, Pitti e Caledoni. Dopo i primi “esperimenti” di Giulio Cesare fu Agricola a portare in trionfo le aquile imperiali. Con tutti gli annessi e connessi: la devozione a Roma, ma anche strade, acquedotti, mercati, sana amministrazione, diritto e diritti. In una parola, lo “Stato” e un embrione di “societas” che avrebbe dato i suoi frutti mille e seicento anni dopo, con Hobbes, Hume e John Locke, tanto per citare qualche pensatore che sta alla base della civiltà contemporanea. Insomma, Roma, ovunque, dava più di ciò che prendeva.

Facciamo la prova del nove? Basta pensare alla Germania del “traditore” Arminio e alla strage della foresta di Teutoburgo, dove Roma perse la voglia di stabilirsi tra il Reno e l’Elba. Ma dove, specularmente, anche la Germania perse Roma e tutto il suo patrimonio di civiltà. Luoghi tristi, quelli tedeschi e tribù ancora più barbare e sanguinarie di quelle inglesi. “Quis porro… relicta Germaniam peteret, informem terris, aspera caelo, tristem cultu adspectuque, nisi si patria sit?”. È l’incipit dell’opera che Tacito dedica alla Germania. Che, per farla breve, significa, “chi potrebbe essere così pazzo da venire a vivere da queste parti?”. E tanto per farvi capire di cosa stiamo parlando, l’eroe di Hitler (l’ex centurione Arminio), che si era messo in testa di “difendere” le libertà tedesche, ma anche di promuovere le sue ambizioni personali, venne scannato dai suoi stessi compagni di rivolta e di libagioni. Ponendo le premesse, con alcuni millenni d’anticipo, per le due guerre mondiali che ci siamo dovuti sciroppare. E credeteci, l’equazione tra Arminio e Hitler può sembrare ardita, ma non è poi tanto peregrina. Gli inglesi no. Loro, dopo il primo sanguinoso impatto, hanno assorbito quasi osmoticamente la fusione culturale con l’elemento latino. Nella lingua, nei costumi, nella religione (fino a Enrico VIII), nel modo di amministrare la società.

Tutta questa lunga premessa era necessaria, a nostro giudizio, per sottolineare come le ragioni alla base della “Brexit”, in fondo, siano più economiche che culturali. Gli inglesi, nell’anima, sono sempre stati molto più “europei” di quanto, altrimenti, cercavano di dimostrare. Se i loro interessi commerciali erano sparsi in mezzo pianeta, cuore e mente stavano saldamente ancorati in Europa. Oggi si ritrovano fuori dall’Europa per una scelta risicata ed emotiva. Risicata, perché il referendum è passato per un pelo. Emotiva perché frutto di una reazione umorale di una parte dell’elettorato, che ha creduto di reagire così, senza riflettere, ai colpi di una crisi economica progressivamente devastante. Un’analisi disaggregata del voto referendario, mostra poi delle chiare linee di tendenza. L’Europa esce vincitrice in Scozia e in ampie zone del Galles, dell’Irlanda del Nord e della stessa Inghilterra. Magari, proprio in quelle zone che hanno saputo fare per bene i loro conticini. Nel suo “Mito dell’elettore razionale” (Princeton University Press), Brian Caplan descrive come spesso chi va a votare soccomba ai suoi umori. Che non sono fatti solo di “simpatie”, ma anche di “paure”. Paure ancestrali nei confronti dell’altro, del “diverso”, che minerebbe la possibilità di avere un migliore accesso alle risorse. Insomma, molti “cattivi maestri” hanno fatto credere a parte dell’elettorato che un ritorno allo “splendido isolamento” inglese avrebbe portato dei vantaggi economici. Ma quando mai?

Con la dittatura della globalizzazione e con l’assoluta prevalenza delle economie di scala, chi resta da solo rischia di fare la fine del parafulmine o del materasso, fate voi. Uscire da un’area di libero scambio, ma blindata protezionisticamente verso l’esterno, come l’Unione Europea, è un mezzo suicidio. A maggior ragione se hai un piede dentro e uno fuori (come l’Inghilterra che non aveva accettato l’euro) e puoi andare al cinema pagando il biglietto a costi ridotti. E infatti, a Westminster, quando si è trattato di portare avanti il referendum anti-UE c’è stato lo scanna-scanna. In molti già temevano quello che ora sta succedendo, una specie di spietata selezione economica darwiniana.

Così, a cascata, dalle parti di Downing Street c’è chi cerca di frenare la Brexit, uscendo e strisciando il piede dallo sportello di un’auto in corsa, e c’è, invece, chi cerca di spingere a tutto gas il caravanserraglio anti-Europa verso un bel dirupone. Stiamo parlando di due modi, uno più restrittivo e l’altro più deciso, di interpretare il processo di secessione. Una cosa, però, l’hanno capita tutti a Londra: gli equilibri finanziari ed economici globali sono così complessi che pronosticare dove si va a parare è facile come azzeccare un terno.

Mala tempora currunt? Pare proprio di sì. Passata (per alcuni) la sbornia della vittoria, arriva il tempo di fare i conti. Che, a quanto pare, rischiano di fare pigliare un colpo secco a mezza Inghilterra. Vista la mala parata, il Ministero del Tesoro è stato incaricato di fare delle proiezioni, elaborando un documento di “forecast”. I risultati sono stati talmente impressionanti da indurre Downing Street a secretare tutto lo studio a tiro di palla. Ma il prestigioso Times si è impossessato delle previsioni (infauste) e le ha poi spifferate ai quattro venti. La diagnosi dice che se non si negozierà con Bruxelles, inginocchiandosi sui ceci ed elemosinando una “Brexit” soft (leggera), l’economia britannica non rischierà solo il ko, ma potrebbe essere addirittura scaraventata a mazzate fuori dal ring.

Lo studio parla di un arretramento medio del Prodotto interno lordo fino al 10% in quindici anni, a livello di quando Londra era sotto le V2 di Hitler. Il crollo delle esportazioni, inoltre, potrebbe incidere per l’astronomica cifra di 81 miliardi di dollari, mentre gli investimenti esteri si ridurranno progressivamente di un quinto. L’Europa forse avrà la rogna, ma di sicuro si stava meglio quando si stava peggio. Questo almeno, a Londra, cominciano a capirlo.

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