Il commento

La preferenza? Altro che... grande libertà, in passato fu una schiavitù

La preferenza? Altro che... grande libertà, in passato fu una schiavitù

Ci sarà qualcosa di nuovo, anzi d’antico, nell’aria oggi a Montecitorio: la preferenza. Sembrava estinta nei sistemi elettorali per il Parlamento in Italia e invece viene rilanciata, con una mossa tutta da decifrare, dal Movimento 5 Stelle. La preferenza (o meglio il sistema di preferenze multiple) era scomparsa non per tatticismi politici, bensì sull’onda di una volontà popolare dalle dimensioni eccezionali. Era il 9 giugno 1991 quando ben 29 milioni e 600mila italiani – il 62,5% degli aventi diritto – non accolsero l’invito ad “andare a mare”, lanciato da leader dell’epoca come Craxi, e si recarono invece alle urne, rispondendo “Sì” in maniera massiccia (il 95,57%) all’abrogazione delle preferenze multiple, richiesta da un semplice movimento d’opinione (il Manifesto dei 31) capeggiato da Mariotto Segni. Un voto di quella portata (una Costituzione “materiale”, direbbe Mortati) val più di qualunque discussione. Spianò la strada alla dissoluzione dei partiti della “Prima Repubblica” e a un nuovo sistema elettorale: il “Mattarellum”. Praticamente per tutti gli elettori (tranne il 4,43%, cioè un milione e 200mila) fu una liberazione da una specie di incubo. Come se la possibilità di indicare più preferenze non fosse più una libertà, ma una schiavitù. Lo era, ad esempio, per gli elettori Dc, che “dovevano” indicare solo i candidati di una tal corrente, come pure per i comunisti, che “dovevano” indicare sempre il capolista. E soprattutto lo era per gli elettori di tante aree, purtroppo meridionali, nelle quali il “gioco” della disposizione dei numeri sulla scheda stava pericolosamente diventando un “controllo” del voto individuale. Ecco perché la “novità” ripescata dai 5 Stelle lascia perplessi. Delusione gemella di quella che si prova osservando lo spettacolino romano.

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