Intervista a Dorit Rabinyan

L’amore non conosce barriere

La scrittrice israeliana, ospite di Taobuk, parla del suo romanzo “Borderlife”. Il libro è stato bandito da Tel Aviv perché ritenuto una “minaccia all’identità ebraica”

L’amore non conosce barriere

Liat ha appena conosciuto Hilmi. Si trovano a New York e le Torri Gemelle non ci sono più. Ogni amore nasconde insidie ma quello fra i due protagonisti di “Borderlife” (Longanesi editore, pp. 384 euro 16,90), il nuovo romanzo della scrittrice israeliana Dorit Rabinyan, si presenta come una vera fatica d’Ercole. Perché lei è ebrea e fa la traduttrice mentre lui vive a Brooklyn, fa il pittore ed è palestinese.

“Borderlife” è una grande storia d’amore impossibile che sfida la ragione e i tabù, un potente inno alla pace. Eppure questo libro è stato bandito dal ministero dell’Istruzione israeliano («è stato uno shock ma la comunità intellettuale mi ha sostenuta») perché considerato una “minaccia all’identità ebraica”. Un controsenso assoluto che ha spiazzato l’autrice, facendo ottenere una visibilità internazionale a questo romanzo il cui unico messaggio è quello di dare all’amore la chance di superare tutte le barriere. La scrittrice e sceneggiatrice israeliana Dorit Rabinyan è stata una delle protagoniste più attese della terza giornata della sesta edizione del TaoBuk International Book Festival, dialogando a Taormina con lo scrittore Moni Ovadia sul tema “Che questo amore sia un’isola nel tempo”. Israele e Palestina nello stato libero della letteratura.

La Gazzetta del Sud l’ha intervistata.

– Cos’ha di speciale l’amore fra Liat e Hilmi?

«Loro esprimono il potere dell’amore allo stato puro. Sono in simbiosi, più forti di ciò che li circonda, di ciò che vorrebbero per loro le rispettive famiglie. Ma ciò che li lega e permette loro di prendersi cura l’un l’altro, di ambire ad un futuro insieme, gli fa anche paura perché li conduce in territori sconosciuti, verso emozioni travolgenti che li rendono liberi di amarsi».

– Il Taobuk International Book Festival quest’anno tratta il tema “gli Altri”. La diversità è un valore, una ricchezza. Ma per molte persone costituisce un problema da affrontare.

«Ovviamente la diversità è un tesoro da valorizzare, come potrebbe essere altrimenti. Da un punto di vista biologico, la diversità ci rende migliori, l’incrocio di geni diversi ci rende più forti, intelligenti, evoluti. La diversità è un valore ma una parte della nostra natura umana è storicamente restia ai cambiamenti e chi appare diverso deve lottare per sopravvivere, per potersi esprimere. La paura degli altri è un sentimento da non sottovalutare, fa parte della nostra parte primitiva, del nostro istinto di sopravvivenza. Per superarla dobbiamo aprire la nostra mente, superare tutte le barriere e i tabù».

– I migranti solcano i mari, attraversano i deserti in cerca di un futuro migliore ma diversi paesi stanno chiudendo le frontiere. Che futuro ci aspetta?

«Non dobbiamo mai smettere di sperare in un futuro migliore. Ma dobbiamo tenere in considerazione come sta evolvendo la realtà sotto i nostri occhi. Siamo dominati dall’insicurezza globale, non riusciamo a scrollarcela di dosso. I confini non sono solo limiti ma anche forme di protezione dall’esterno. In Israele abbiamo bisogno di confini e muri ma ciò che dovremmo capire è che i muri esprimono paura e con la paura non potremo mai essere liberi. I confini di Israele, eccezion fatta per quelli con l’Egitto e la Giordania, non sono definiti né con Libano e Siria e né i palestinesi. Il confine ti consente di sapere dove inizi e dove finisci. E se i confini non sono chiari, rischi di perdere la tua identità e questa confusione condiziona tanto noi quanto i palestinesi».

– Sono passati quindici anni dall’undici settembre 2001. Cosa ricorda di quel giorno drammatico?

«Ricordo quel giorno come fosse ieri. Tutti lo ricordano, tutti hanno scolpito in mente dove si trovavano quando hanno acceso la tv, quando hanno saputo quella notizia. C’è almeno un momento tragico nella storia di ogni nazione, per gli israeliani può essere il giorno in cui hanno sparato a Rabin, e narrativamente parlando questa sofferenza unisce popoli e nazioni ad ogni latitudine e racconta molto della nostra civiltà, del nostro modo di riuscire ad attraversare la paura e di rinascere».

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