Osservatorio Internazionale

Obama tende
la mano ai turchi

Oggi in Cina, al G-20, incontrerà il presidente Erdogan, che continua a lanciare avvertimenti

Obama tende  la mano ai turchi

Oggi in Cina, al summit del G-20, Barack Obama e Recep Tayyip Erdogan si guarderanno finalmente in faccia, da vicino, durante un incontro organizzato in quattr’e quattr’otto “per appianare le divergenze”.

Chiarimento o regolamento di conti? Certo, l’atmosfera è quelli degli “spaghetti western” di Sergio Leone e la colonna sonora potrebbe essere benissimo uno dei celeberrimi motivi del Maestro Morricone.

E comunque, benché la lite sia sempre per la coperta, questa volta un pugno di dollari non basterà a riportare la pace. Dopo il fallito colpo di Stato, il Presidente turco continua a tirare la corda, convinto che gli americani abbiano più di un peccatuccio da farsi perdonare.

Insomma, è il momento di strappare dalle mani di Obama il sacchetto delle caramelle. Che dalle parti della Sublime Porta coincidono, immancabilmente, col Kurdistan. Con una guerriglia che dura da decenni, Erdogan ha deciso che è arrivata l’ora per la sua Turchia di chiudere i conti, sfruttando il momento di debolezza degli Stati Uniti, ansiosi di difendere la stabilità della Nato.

Così ha siglato un’alleanza con Putin e ha dato ordine al suo esercito di invadere il nord della Siria. Formalmente per combattere il Califfo, ma sostanzialmente per andare a caccia di curdi. Una mossa che ha scaraventato Obama e le sue strategie in un ginepraio di rogne.

Il Presidente Usa ora sta cercando disperatamente di uscire dall’angolo in cui è stato cacciato.

La Russia gli farà da sponda? Potrebbe essere un’idea, ma ogni cosa ha il suo prezzo. Al Cremlino sono inviperiti con Lady Clinton per le battute (improvvide) su una “nuova guerra fredda”.

La prospettiva di vedere la linguacciuta “Mrs. Telofacciovedereio” alla Casa Bianca non scalda il cuore del nuovo zar, che potrebbe essere tentato di mettere nero su bianco con Obama, anticipando i veleni e le pozioni malefiche di Hillary, che a Mosca non gode di grande considerazione. Anche l’attuale Presidente Usa è ingolosito dalla prospettiva di lasciare la sua vecchia e acida avversaria di fronte al fatto compiuto.

Bisognerà vedere cosa ne pensa Erdogan, che sembra sempre più in preda alla sindrome del “piccolo padreterno”.

Certo, quadrare il cerchio non sarà facile. Gli analisti sottolineano che nessuno ha dato peso alle recenti parole del “vice” di Obama, Joe Biden, evidentemente ritenuto autorevole quanto un commesso viaggiatore. E nessuno ha nemmeno annotato l’intervento di Brett McGurk, inviato speciale della Casa Bianca, che chiedeva a tutte le forze “alleate” (turchi e curdi compresi) di darsi una regolata.

Anzi.

I curdi hanno messo in stato d’allerta i 4 milioni e mezzo di connazionali a Ovest dell’Eufrate.

E non si sono ritirati di un millimetro.

Di converso, col passare del tempo, i turchi hanno perso baldanza e ora i loro comandanti guardano ai curdi come a un osso duro da rosicare.

Insomma, la situazione sul campo è “interlocutoria” e sembra difficile che i “peshmerga” possano abbandonare Manbij, dopo averla conquistata, solo per fare un favore a Obama.

Che a sua volta ne deve uno a Erdogan. Secondo gli analisti israeliani, la perdita di autorevolezza di Washington ha molte cause e si ripercuote sull’atteggiamento “meno controllabile” degli altri attori sul campo.

Anche le esitazioni della Casa Bianca, nel dare piena applicazione alle intese sottobanco col Cremlino, adesso possono pesare negativamente.

I colloqui di Ginevra tra Kerry e Lavrov, infatti, non sono andati affatto bene e Mosca potrebbe essere tentata di cavalcare l’opzione, ben più allettante, offertale da Erdogan.

L’allarme rosso si è già acceso al Pentagono, dove il Ministro della Difesa, Ashton Carter, teme che gli ultimi sviluppi negativi con la Turchia renderanno tutta in salita la guerra all’Isis. Per questo ha preteso dai suoi ufficiali (e anche da Obama) piena collaborazione coi russi.

Vuole uno straccio d’intesa che non metta a rischio i voli dei suoi aerei da bombardamento nel nord della Siria.

Guardando più da vicino gli scenari strategici nella macro-area di crisi, quasi con un effetto domino, la piega presa dagli avvenimenti nel nord della Siria sta cominciando ad avere ripercussioni anche sul nord dell’Irak.

A Irbil si sono riuniti tutti i curdi della regione.

Non solo per offrire solidarietà ai loro compatrioti che vivono in Siria, ma anche per studiare il da farsi.

Dal meeting è uscito un documento politico ritenuto “determinante”, in cui i curdi si rivolgono direttamente al Presidente degli Stati Uniti. A Obama si chiede di non dividere il suo sostegno, di volta in volta, a convenienza. I curdi vogliono che l’appoggio americano debba inequivocabilmente essere offerto ai curdi-siriani del partito PYD e alle sue milizie YPG. Se ciò non dovesse accadere, le forze curde, udite udite, si ritireranno dal fronte, lasciando gli Stati Uniti a sbrigarsela da soli contro il Califfo.

Tradotto in termini molto pratici (e infausti) per gli americani, questo vorrebbe dire che le forze curde si dissoceranno dagli attacchi in programma contro Raqqa e Mosul. Il documento di Irbil, aggiunge una nota esplicativa, dev’essere considerato come una comunicazione ufficiale del disimpegno dei curdi. Una notizia ferale per Obama, che finora aveva potuto contare solo sui curdi come alleati fedeli e capaci.

E, per soprammercato, capovolgendo tutte le intenzioni in precedenza espresse, i peshmerga hanno reso noto che da ora in poi la costituzione curda sarà applicata in tutte le aree di etnia curda. Cosa che fa intuire la volontà di allargarsi a macchia d’olio, uscendo dalle enclave di Kobane, Hassaka e Afrin.

Naturalmente, i primi a conoscere i contenuti del documento elaborato a Irbil sono stati i turchi. Il portavoce presidenziale, Ibrahim Kalin, con una nota secca e tagliente, ha ribadito il punto di vista di Ankara.

Washington deve smettere immediatamente di appoggiare i curdi e le loro rivendicazioni. Non viene aggiunta una virgola, ma si capisce senza tanti giri di parole quali minacce possano accompagnare tale ennesima presa di posizione. Ormai Erdogan non parla più. Ringhia.

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