Osservatorio Internazionale

Gli Stati Uniti “rottamano” i curdi

Con un cinismo senza limiti ci si libera degli alleati più fedeli pur di compiacere il “sultano” Erdogan

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Cominciamo dalla fine, per essere chiari. «Biden’s capitulation to Erdogan was part of a desperate attempt by Washington to keep Turkey from quitting NATO». In buona sostanza, «la capitolazione di Biden (vice di Obama) nei confronti di Erdogan fa parte di un disperato tentativo di Washington di evitare che la Turchia esca dalla Nato». Firmato, Mossad. Servizio informazioni dello Stato d’Israele. Ma di cosa stiamo parlando? Calma e gesso. Vi narriamo i retroscena di una tela di Penelope, ricamata da un tessitore imbottito di “bourbon”, il whisky tutto americano col retrogusto di antracite. Così appare oggi la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente: ordini e subitanei contrordini, piani strategici tracciati sulla carta velina pronti per essere cestinati, mosse tattiche miseramente concordate con improbabili alleati e, in tutto questo bailamme, un Presidente che conta sempre di meno, una (forse) futura Presidentessa talmente infoiata dal potere che segna i giorni che mancano alla sua elezione sul calendario e, in cauda venenum, un candidato repubblicano che sembra uscito, dritto sparato, da una di quelle riviste da avanspettacolo che Macario portava in giro per l’Italia dell’affamatissimo dopoguerra. Amici, non c’è da stare allegri. Anche la superpotenza “più democratica del mondo” (assunto tutto da verificare) si è messa a barare spudoratamente. I suoi diplomatici fanno di necessità virtù e, applicano senza pudore la filosofia dei magliari, truccano la merce e “piazzano” pacchi e corredi di infima qualità. Se negli anni passati hanno gettato ai pesci fior di alleati, calandosi la maschera del tornaconto più osceno, oggi continuano a roteare i coltelli dietro la schiena, pronti a sbarazzarsi di quei “soci” improvvisamente diventati “scomodi”. E siccome, nonostante il Califfo continui a fare carne di porco dell’Occidente e dei suoi valori, a Washington qualcuno continua a considerare la Russia di Putin il vero nemico pubblico numero uno, i risultati finali non possono che essere deprimenti. La notizia, anzi, il tradimento di oggi (chiamiamo le cose con nome e cognome) riguarda i curdi. Fedeli alleati dell’Occidente, vittime sacrificali della diplomazia “delle cannoniere” e unici soldati, coraggiosi e competenti, capaci di fare il contropelo all’Isis. Naturalmente gli americani hanno fatto gli occhi dolci fino a quando gli è convenuto. Poi è successo il massacro (diplomatico) di Fort Apache: il fallito colpo di Stato contro Erdogan, i rapporti jo-jo con la Russia, il continuo cambiamento di strategie nella regione e, last but not least, l’ultimo anno dell’ottennato di Obama, sempre meno ascoltato da chi, di gran corsa, cerca d’ingraziarsi, prima del tempo, Mrs. “Telofacciovedereio”, al secolo Hillary Clinton. Come capita quando i lavori sporchi si affidano ai garzoni, Obama ha chiesto al suo vice, Joe Biden, di lanciare un ultimatum ai curdi-siriani: o fanno quello che desidera il “sultano” (Erdogan), cioè traslocare a est dell’Eufrate, «o perderanno il sostegno degli Usa». Ma siamo matti? Ma di cosa li minaccia l’impalpabile, anzi, l’invisibile, “vice” della Casa Bianca, buono solo a fare le pulizie di Pasqua? Finora i curdi sono stati gli unici combattenti capaci di salvare la faccia (con tutti i calli) ai brachettoni del Pentagono. Mentre gli americani, in cinque anni, non sono riusciti manco a copiare quello che Putin ha fatto in cinque mesi. Minacciare i più deboli (o presunti tali) è da vigliacchi. Provino a fare lo stesso con Erdogan o con Putin e vediamo come va a finire. E comunque, la presa di posizione Usa, pilatesca (e piratesca) non ha fatto il resto di un baffo ai “peshmerga”, che sono rimasti ad affrontare l’esercito turco penetrato da nord e bloccato lungo la direttrice che porta a Jarablus. Ma chi c’è dietro questa carognata? Gli israeliani cantano come canarini ai quali sia stato servito un bel biscotto vitaminizzato. Siccome il più pulito ha la rogna, gli americani hanno deciso di calare la capa e forse qualche altro capo di vestiario per non scontentare Erdogan. Che li ha minacciati di far diventare la Nato un lupanare a cielo aperto. I russi, dal canto loro, hanno fatto di tutto per mascherare la delusione ricevuta in un paio di giorni. Erdogan non è affidabile. Chiacchiera, minaccia, straparla, ma quando si arriva al dunque, a naso, fiuta da quale lato stanno i dollari. E’ vero, dicono a Gerusalemme, che presto arriverà ad Ankara un caicco carico di generali russi (Gerasimov in testa), ma è solo una manovra per mascherare ciò che tutti gli altri servizi d’informazione già sanno. E cioè che gli americani hanno gettato nel bidone della spazzatura i curdi e tutte le loro rivendicazioni, pur di stoppare la Santa Alleanza tra la Turchia e Mosca. Anzi, come se tutto questo non bastasse, siamo in grado di rivelarvi il contenuto di un ordine “top secret” lanciato dall’Alto comando americano (Luogotenente Generale Stephen Townsend) ai suoi soldati: abbandonare le unità curde del YPG e ritirarsi nella munitissima base di Rmeilan, non lontano da Hassaka. Ma il perfido dietrofront Usa non si ferma qui. Washington ha anche bloccato qualsiasi rifornimento di munizioni diretto ai curdi e ha inoltre vietato il “transfer” di qualsivoglia informazione raccolta dall’intelligence. Dal Pentagono sottolineano che queste misure sono “temporanee” e resteranno in vigore fino a quando i curdi non si atterranno alle indicazioni seccamente impartite da Erdogan. Certo, fa pensare (e molto) il fatto che fino a una settimana fa gli americani pregavano, un giorno sì e l’altro pure, i curdi di partire all’attacco dell’Isis a testa bassa. Nonostante Obama cerchi di mantenere un profilo che sia il più basso possibile, è chiaro che le ripercussioni sul campo già si fanno sentire. Non è vero, per esempio, quanto dichiarato dal Segretario di Stato John Kerry e cioè che i curdi stiano completando il trasferimento a Est dell’Eufrate. Diversi osservatori, invece, sostengono che il grosso delle milizie “peshmerga” si trova ancora a ovest. Uno dei leader, Salih Muslim, ha confermato che i curdi sono decisi a combattere. Non solo. Ma ciò che è peggio e fa aumentare i rischi di un conflitto di ben più vaste proporzioni, sono i “rumors” in arrivo dall’Irak, dove l’improvviso attacco turco ai curdi sta generando una reazione che se si concretizzasse potrebbe generare ulteriori squilibri nella regione. Dove, ormai, i nemici dei miei nemici sono, sostanzialmente i miei amici. Magari gli ultimi rimasti. Proprio in ossequio a questo semplice assioma, il Presidente dei curdi irakeni, Masoud Barzani, ha annunciato che si recherà molto presto a Teheran. Gli ayatollah, infatti, nel complicatissimo campo di battaglia mediorientale, potrà sembrare strano, ma restano uno dei partner maggiormente affidabili. Figuratevi quanto vale il resto.

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