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Trump, ormai dilaga il panico

La corsa alla Casa Bianca sembra una “soap opera” piena di colpi di scena: lo sfidante miliardario di Hillary risale nei sondaggi

Trump, ormai dilaga il panico

Ora volano stracci e sibilano piatti ad altezza d’uomo, mentre i contendenti hanno acceso i ventilatori per distribuire, urbi et orbi, palate di fango. Nell’attesa del letame. La corsa alla Casa Bianca sembra una di quelle feste medievali in costume, dove i due candidati, in piedi su un carretto, cercano di difendersi, mentre il popolaccio schiumoso e sbrindellato li bersaglia di pomodori e ortaggi assortiti. Da Trump a Hillary, le elezioni presidenziali Usa profumano di “Dynasty”. Un polpettone tv, giunto alla millantesima puntata, con gli stessi incartapecoriti protagonisti, nati già vecchi come il cucco. Solo che ora, come in tutte le soap-opera che si rispettino, nello scanna-scanna elettorale, sono spuntate oltre alle e-mail anche gli “spioni” (russi?) che cercano di scovare, come annuncia la Reuter, nome, cognome, indirizzi (e fedina penale, aggiungiamo noi) dei contribuenti che stanno dirottando carriolate di dollari verso la Clinton. Ed è allarme rosso. Trump, ad esempio, è percepito come l’asteroide che sterminò i dinosauri. Hillary, antipatica (forse), pettegola (sicuro) e colpevole di avere fallito alla grande come Segretario di Stato, invece, sarebbe il Presidente che potrebbe farci dormire la notte. Fino a qualche mese fa per la moglie di “CiccioBilly” sembrava fatta. Ora, però, il vento sta girando e gli interrogativi (e i sudori freddi) aumentano. Dunque, Hillary Clinton e Donald Trump, incassate le due “nomination”, hanno preso a suonarsele di santa ragione. E fin qui niente di nuovo. La battaglia è rimasta “soft” (si fa per dire) fino a quando Hillary ha pensato di fare un solo boccone del miliardario “coatto”. Trump, però, tra messianiche apparizioni comiziali, tiritere da telepredicatore del “Settimo giorno” e improbabili pettinature stroboscopiche sta clamorosamente girando la frittata. La media dei sondaggi di RealClearPolitics (la “madre” di tutti i “polls”) in questa fase vede addirittura l’energumeno alla pari. Con il mitico Ohio, termometro di tutte le passate elezioni, che adesso viene addirittura dato in bilico. Attenzione, però. Il sistema elettorale, più bizantino che americano, dice che Hillary, sui delegati, è avanti (per ora) perché occorre fare la conta Stato per Stato. La Clinton, comunque, non sembra avere goduto dell’effetto-traino della nomination. La vittoria di Hillary prima era “sicurissima”, poi è diventata sicura e adesso comincia a essere “questionable” . Basta, insomma, una folata di vento al momento giusto, per rovesciare il caicco democratico con tutto il cocuzzaro. Messe così le cose, un’epidemia di delirium tremens ha improvvisamente colpito tutta la diplomazia europea, atterrita dalla prospettiva di dover discutere i destini del mondo con l’energumeno che, nel migliore dei casi, ti rutta in faccia per esprimere il suo dissenso. Trump straparla e mette nel mazzo di tutto e di più: Putin, la Nato, un atteggiamento neoisolazionista, per non parlare dei programmi economici, sociali e finanziari. Una sbobba immonda, dove ribollono assieme il liberismo più cainico e il solidarismo da libro Cuore. Mark Landler, sul New York Times, ha scritto, corto e netto, che gli europei sono terrorizzati dalla prospettiva di vedere Trump stravaccato nello Studio Ovale. Alla convention democratica c’è stata una processione di diplomatici del Vecchio Continente, sull’orlo di una crisi di nervi, in fila per essere rassicurati sulla vittoria di Hillary. I leader democratici hanno cercato di farlo, ma il tarlo del dubbio comincia a rodere anche le loro meningi. Ora che dal fioretto si è passati allo spadone a due mani, nella calca e nella polvere sollevata dalla furiosa battaglia sono rimasti incollati, come nella carta moschicida, personaggi di ogni colore. Così si è sentito e letto di tutto: che Trump ha chiesto aiuto a Putin e che Hillary, più pettegola di una lavandaia, ha fatto carne di porco dei segreti di Stato, che per lei valgono quanto quelli di Pulcinella. Occhio, perché la questione non va sottovalutata. Può sembrare paradossale, ma forse chi è messa peggio da questo punto di vista è Lady Clinton. L’altro, Mr. Centomiliardi, è quello che si vede. E tanto basta e avanza. Peggio di così non può proprio essere. E Hillary? Rischia, perché “è quella che non sembra”. Le fonti di informazione più affidabili sull’argomento non sono i giornali, ma i loro lettori. I quotidiani americani più in vista fanno il tifo per Hillary, e si vede. Ma moltissimi “blogger” la sotterrano di critiche velenose. La trovano “falsa”, arrivista e pronta a passare, con gli scarponi chiodati, sui cadaveri di amici, parenti e vicini di casa, pur di arrivare alla Casa Bianca.

Così arriviamo al punto. Hillary è accusata di avere utilizzato con disinvoltura il suo computer, lanciando e ricevendo mail “classificate”. Materiale scottante, da cui dipende la sicurezza dell’America, che potrebbe essere stato letto e utilizzato per fare danni. Molte mail sono finite in pasto al grande pubblico, dimostrando che l’ex Segretario di Stato trattava le sanguinose crisi mondiali come una partita di canasta. Ma il peggio non è nemmeno questo, anche se già ci sarebbe erba per cento cavalli. No, quello che gli elettori a stelle e strisce proprio non gradiscono è la lingua biforcuta, oltre che lunga. Il maritino, CiccioBilly, si salvò per un pelo dall’impeachment al tempo delle fumate con Monica Lewinski. Mentì come un giocatore di tre carte all’angolo di Forcella. La moglie sulla storia delle mail ha detto di tutto e di più e hanno fatto finta di crederle solo i suoi “clientes”, mentre il resto del Paese non l’ha mandata giù. Anche l’Fbi, che dai tempi di Edgar Hoover non ne azzecca più una, ha “indagato”. Bene, il capo dell’Agenzia federale, onusta di glorie, allori e granchi grossi quanto padelle, dopo un paio di piroette e qualche tuffo carpiato, ha detto che nelle mail esaminate non c’era niente di “penalmente rilevante”. Solo qualche peccato veniale e, aggiungiamo noi, in Libia, forse il “danno collaterale” di un ambasciatore e tre agenti della Cia scannati. Ma siccome l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, ora è scoppiato anche lo scandalo delle mail che racconterebbero i tentativi di “sfondapiedi” ai danni di Bernie Sanders, tosto avversario alle primarie democratiche. E chiudiamo, in cauda venenum, con Obama, antico arci-nemico di Hillary e ora occasionale (e forzato) suo mentore. Nel discorso di mercoledì scorso alla convention, il Presidente ha detto che il mondo “non sta capendo più niente di ciò che succede in queste elezioni”. Lui sì, però. Forse è per questo che, mentre scandiva con grande pathos queste parole, gli è scappato un ghigno di sguincio.

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