Osservatorio Internazionale

Turchia “autostrada” della morte con la compiacenza del Califfo

La cosiddetta “strada balcanica” verso il terrorismo

Turchia “autostrada” della morte con la compiacenza del Califfo

L’Isis istruisce i combattenti e li rimanda in Europa a mettere bombe. Il “Feroce Saladino” (ma per correttezza storica sarebbe meglio chiamarlo “Solimano”), al secolo Recep Tayyip Erdogan, presidente di un Paese che una volta era conosciuto come “Sublime Porta” e che oggi invece è solo l’uscio di un girone infernale, dopo mille paure deve aver perso la memoria. Oltre alla faccia. Ha infatti dimenticato di ordinare ai suoi giannizzeri di sigillare efficacemente la frontiera tra Turchia, Siria e Iran. Veramente, dubitiamo tantissimo che l’abbia mai fatto o solo pensato. Le guerre in Siria e in Irak per Ankara sono state solo una splendida opportunità, offerta su un piatto d’argento da francesi e americani, per regolare i conti con i curdi. E il resto? “Ecchissenefrega”, direbbero dalle parti di Roma. Erdogan è un biscazziere, lo sappiamo. Qualche giorno fa, giocando spudoratamente di “risiko”, ha lasciato in mutande pure Obama. Figuratevi se non sfruttava il caotico minestrone mesopotamico per farsi i cavolacci suoi. In cambio di una montagna di talleri alla Zio Paperone, frutto di contrabbando, mercato nero e tutte le più sconce forme di “business” guerrigliero, ha consentito all’Isis di fare carne di porco. In tutti i sensi. La Turchia ne permette i rifornimenti, incassa il “pizzo” più o meno direttamente pagatogli dal “Califfo” e in cambio fa entrare in Siria e Irak tutti i “foreign fighters” di questo mondo. Una miscellanea di “duri e puri” (o di usciti di testa, fate voi) che, stanchi dei paradisi terrestri occidentali, vanno a cercare nel Vicino oriente “la bella morte”. Boh, questioni di punti di vista e di neuroni. Però… però il nostro filibustiere in doppio petto ci marcia. Alla grande. I servizi segreti americani ed europei lo sapevano e chiudevano un occhio. Nell’attesa di chiuderglieli tutti e due a lui. Ma, fallito il colpo di Stato “dei brachettoni” (America e dintorni), adesso vengono a galla i maldipancia. Dunque, il Direttorato per l’Intelligence Militare di Parigi, ha fatto sapere che da calcoli (accurati) in suo possesso, la Turchia fa entrare in Siria e in Irak almeno 100 guerriglieri alla settimana, che corrono ad arruolarsi nell’Isis. Dalle nostre parti questo vuol dire “giocare con due mazzi di carte”. Ed Erdogan deve avere maniche e polsini imbottiti di assi d’ogni tipo. La cosa finisce qua? Macché! Il “Califfo”, chiamatelo fesso, difficilmente utilizza come carne da cannone i combattenti occidentali (che arrivano da Francia, Gran Bretagna, Belgio e via discorrendo). No, preferisce istruirli per bene, imbottirli magari di armi e munizioni e rispedirli al mittente (“in sonno”) nell’attesa di combinare macelli in Europa. Naturalmente gli aspiranti terroristi, al ritorno, fanno la stessa strada, passando sotto il naso alle guardie (compiacenti?) di confine turche. Questa è la cosiddetta “Strada Balcnica” verso il terrorismo. Ci sono altri sentieri battuti dai jihadisti? Sì, ma funzionano in altro modo e interessano, soprattutto, la Libia. Punto. Ma torniamo all’Isis e alle sue “salmerie”. Gli arruolati arrivano anche così, ma le armi dove le prendono? Gli israeliani hanno fatto un’inchiesta, rivelando un vero e proprio “macrocosmo” di armaioli “fai da te”. L’Isis è in grado di fabbricarsi bombe, mine, esplosivi assortiti (perfino mortai) come se fosse uno Stato sovrano. Materie prime e “istruzioni” gli arrivano a domicilio. Molte informazioni giungono dalle milizie curde, che combattono schiacciate tra gli uomini del “Califfato” e il convitato di pietra, Erdogan. Funziona così: molte bombe ed esplosivi sono assemblati utilizzando sostanze destinate a usi civili (pasta d’alluminio, nitrato d’ammonio o fertilizzanti). In aggiunta si ricorre a materiali destinati all’industria mineraria (micce, detonatori). Ed ecco come il “Califfo” produce armi e munizioni “fai da te” I servizi segreti alleati sanno chi c’è dietro questa sorta di catena di Sant’Antonio. Nel rapporto reso noto dagli israeliani, in primo luogo, a caratteri cubitali e lampeggianti, come i neon di Las Vegas, c’è la Turchia del despota. E poi, considerando che i fornitori “non si sentono in colpa”, perché non sono tenuti a conoscere l’esatta identità degli acquirenti, destinatari finali di materiali, ci sono: India, Irak, Iran, Emirati del Golfo, Svizzera, Giappone, Cina e, persino, Repubblica Ceca. Questa roba, a sentire gli analisti, può essere comprata anche nei bazar di Baghdad. L’Isis ha poi le capacità tecnologiche per lavorarla e costruire gli ordigni che gli servono. Sono utilizzati “ingegneri della morte” (non per forza ideologizzati, possono anche essere pagati a peso d’oro) soprattutto per i “Remote control via copper detonation cable” (detonatori con filo-guida di rame, srotolato per essere utilizzato da lontano). Questo avviene quando l’obiettivo è definito al centimetro. Quando invece si vuole sparare nel mucchio, funzionano meglio i detonatori innestati da telefoni cellulari, che i terroristi comprano a tonnellate. Questo tipo di attentato consente di agire anche da molto lontano. Quando gli alleati sono entrati a Falluja, l’hanno trovata zeppa di officine metallurgiche che producevano persino proiettili per Kalashnikov e per carri armati. La liturgia del terrore, infine, per funzionare efficacemente ha assoluto bisogno di un network efficiente di comunicazioni, che metta in rete, in tempo reale, i santuari del Califfato. La centrale è Raqqa (Siria). I collegamenti poi si estendono al Sinai, in Egitto, a Sirte e Derna in Libia e ad Hadramaut, nello Yemen. Questa rete è stata scoperta grazie a sofisticati strumenti di ascolto utilizzati dagli americani. Probabilmente dalla National Security Agency. Sono stati gli 007 a stelle e strisce a mettere in guardia El Sisi su quanto stava accadendo nel Sinai, invitandolo a contrattaccare le bande di terroristi d’origine beduina. Gli egiziani agiscono efficacemente di giorno, ma poi abbandonano il terreno, che viene rioccupato, nottetempo e senza colpo ferire, dai jihadisti. Dal canto suo, El Sisi sembra restio a imbarcarsi in un’operazione in grande stile: teme di dover pagare un prezzo molto alto in termini di vite umane. Le capacità militari dei combattenti dell’Isis sono riconosciute da tutti. In due mesi di combattimenti a Sirte, per esempio, sono stati uccisi quasi 250 militari di Tripoli e altri 1500 sono rimasti feriti. Insomma, col “Califfo” c’è poco da scherzare.

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