Osservatorio internazionale

Paghiamo l’impegno in Libia?

Secondo gli analisti israeliani la strage di Dacca, in Bangladesh, dimostra che anche per il nostro Paese cominciano i guai

Paghiamo l’impegno in Libia?

Gli israeliani ne sono convinti: i “cani sciolti” del terrore islamico non hanno colpito gli italiani di Dacca “per caso”. “Debka”, il più autorevole think-tank di Gerusalemme, i cui analisti sono collegati a filo doppio con la galassia dei Servizi di sicurezza, a cominciare dal Mossad, ha scritto che l’attacco all’Artisan Bakery e all’O’Kitchen Restaurant è figlio del risentimento jihadista contro Roma. Il motivo? Le crociate non c’entrano. No, questa volta i terroristi “in sonno” (o “della porta accanto”) avrebbero agito per “punire” l’Italia dopo il suo impegno in Libia.

Una vendetta ispirata dall’Isis, ma non direttamente richiesta, se è vero che i terroristi si sono organizzati per conto loro e hanno coinvolto lo Stato Islamico in corso d’opera. Hanno infatti cominciato a trasmettere foto dell’attentato a un sito notoriamente vicino al “Califfo”. Il quale non si è fatto pregare due volte. Ha prima rivendicato l’ispirazione (in “franchising”) del bagno di sangue mettendoci sopra una specie di “marchio di qualità”, e ha poi sostenuto mediaticamente l’operazione, con l’obiettivo (evidente) di raccogliere più fedeli possibili tra le formazioni guerrigliere che operano nel Bengala.

E proprio l’anomalia (apparente) nelle origini sociali e culturali dei giovani attentatori ha indotto gli analisti israeliani a costruire un modello interpretativo dell’affaire, che tiene conto del ruolo del nostro Paese nell’attuale sanguinosa contrapposizione con l’Isis. Insomma, l’Italia comincia a pagare, pesantemente, per i disastri combinati dai suoi compagni di cordata occidentali.

“Debka” aveva già parlato qualche mese fa di un agguato (di cui non si è saputo il resto di niente) in cui sarebbero cadute truppe italiane e inglesi in Libia. Ci sarebbero stati morti e feriti, ma in patria non è trapelato niente. Sempre secondo le teste d’uovo di Gerusalemme, la botta sarebbe stata così forte da indurre la coalizione a più miti consigli: nessuna invasione immediata della Libia e moltiplicata prudenza nel trattare una patata troppo bollente, che rischia di ustionare le mani di tutti gli “interventisti”. Il Bangladesh, poi, rappresenta una specie di paradiso produttivo per le nostre industrie tessili, che da quelle parti marciano a gonfie vele grazie all’outsourcing. Ergo: il messaggio di sguincio potrebbe essere quello di «attenzione a come vi muovete, perché se no vi tagliamo i viveri».

Insomma, per gli esperti di Tel Aviv gli attentatori sapevano benissimo quello che facevano e avevano una chiara strategia terroristica: quella di mandare messaggi trasversali. Come fa la mafia. “Debka”, poi, mette il carico sulla briscola, spargendo sale grosso sulle ferite. L’Italia sarebbe molto scontenta per come vanno le cose in Libia, perché, sempre a parere degli israeliani, è stata mandata avanti dagli alleati a prendere le prime scoppole senza un adeguato sostegno. A cominciare dalle operazioni di bombardamento aereo, che nessuno vuole fare. Questo è uno dei motivi per il quale la città di Sirte viene data un giorno per conquistata e il giorno dopo per ripersa.

Dal punto di vista della sicurezza, quello che poi fa più paura è il “modello” di terrore esportato dall’Isis. Il “Califfo” attiva via radio o internet (o telefonicamente) le cellule dormienti, che si organizzano in autonomia. Se il colpo riesce arriva subito la rivendicazione dello Stato Islamico, assieme alle congratulazioni per gli assassini. È chiaro che, mancando un precedente filo diretto tra la casa-madre e i gruppi di jihadisti, per i servizi segreti occidentali anticipare le mosse degli attentatori diventa come cercare un ago in un pagliaio.

Tra l’altro, non c’entra molto il fatto che i sospetti di terrorismo possano entrare tutti in un database che ne favorisca la cattura. In genere, nei Paesi islamici il confine tra estremismo e terrorismo è molto sottile e, ragionando con questo metro, le persone da incarcerare preventivamente sarebbero milioni. La tremenda verità è che in alcune regioni, dove domina il verbo fondamentalista, il terrorismo si alimenta di personaggi “borderline”, che magari fino al giorno prima sfogavano il loro radicalismo entro il muro di contenimento della violenza. Purtroppo, però, in molti casi, il passaggio dall’insoddisfazione al martirio (non prima di avere ucciso un buon numero di “infedeli”) diventa quasi inevitabile. In questo senso operano diverse “madrase” (scuole coraniche) e imam, che anziché gettare acqua sul fuoco predicano la violenza come ultima risorsa.

Il caso del Bangladesh è indicativo. Il Paese, largamente moderato (se confrontato, ad esempio, al Pakistan), in grado di combattere (finora) con efficacia l’estremismo jihadista, in questo momento è diventato il simbolo mondiale della capacità che ha lo Stato Islamico di penetrare le coscienze e di procurarsi sempre nuovi proseliti e aspiranti martiri. Allora, probabilmente, è giunto il momento di assumere un modello completamente innovativo nella lotta al terrorismo. Meno soldati sul campo e più “intelligence”, ma anche, ci sia consentito, più burro e meno cannoni.

Il fatto che a Dacca abbiano operato quattro cialtroni “figli di papà” non significa che non ci sia una cinghia di trasmissione tra status sociale e vocazione al martirio. Dove si sta meglio, in genere, c’è meno tempo per pensare a come farsi saltare in aria. Non è sempre vero, ma una buona qualità della vita rappresenta, spesso, un fattore formidabile di cooperazione tra culture diverse. Purtroppo negli ultimi anni gli equilibri sono progressivamente saltati. Il Global Terrorist Database, che prende in esame gli attentati con un numero di vittime superiore a trenta, lo dimostra.

Nel 2007 nel pianeta il terrorismo ha fatto “solo” 12.586 morti. Diventati 22.235 nel 2013 e ben 43.554 nel 2014. L’anno scorso i numeri sono leggermente migliorati (38.552 vittime), anche se la percentuale dei feriti resta elevatissima (ben 43.685). Una mappa del fenomeno mostra i “cluster” dove si raggruppano le azioni più sanguinose e ripetute: il Medio Oriente, la Nigeria, l’Afghanistan, il Pakistan, fino alle Filippine.

Tornando al Bangladesh, occorre sottolineare che è proprio in questa marca di frontiera che si sta giocando una partita decisiva tra moderati ed estremisti, Dopo l’attentato di Dacca, undici ulema hanno emesso una “fatwa”, un comandamento coranico, che condanna senza se e senza ma il terrorismo e qualsiasi forma di violenza religiosa. Il documento è stato firmato da oltre 100 mila religiosi.

Ma il Bangladesh è un gigante di 160 milioni di abitanti, dove se quattro damerini annoiati trovano il tempo di andare ad ammazzare il prossimo, allora la rabbia sociale, dettata dalla povertà, diventa ben più pericolosa. Potrebbe contribuire a traghettare sulla sponda del “Califfato” milioni di diseredati. E sarebbe la fine.

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