Osservatorio internazionale

Brexit, vedremo chi esce con le ossa rotte

Dopo il voto inglese gli analisti s’interrogano sugli effetti di una decisione che appare “umorale”

Brexit, vedremo chi esce con le ossa rotte

Piove? Governo ladro. E potremmo chiuderla qui, per spiegare senza troppi sofismi, con tre parole, corte e asciutte, perché il Regno Unito abbia girato le spalle all’Europa. In preda a una nevrosi da “venerdì 17”, quando tutto ti gira storto e non sai con chi prendertela, è venuto quasi spontaneo, a metà degli elettori di Sua Maestà, sparare sul bersaglio più facile. Hanno votato, ma senza contare fino a dieci. Hanno votato, seguendo quello che gli specialisti di Teoria delle scelte chiamano “herd istinct”, l’istinto del gregge, dove comandano quattro caproni e gli altri gli vanno appresso. Come pecore. E quello che fa più specie (ma fino a un certo punto) è che quando in gioco entra il “sistema limbico” e si mette da parte la corteccia cerebrale, allora gli umori luciferini superano qualsiasi razionalità. E fai delle scelte seguendo più l’homo “neanderthalensis” che quello “sapiens”. Ergo: spesso la rabbia ti porta a fare mosse che sono chiaramente contro i tuoi stessi interessi. E poi? Muoia Sansone con tutti i Filistei. Dunque, gli inglesi hanno fatto la figura degli ulani polacchi nella seconda guerra mondiale, la cavalleria che andava, sciabole sguainate nel mito di Pilsudski, alla carica dei carri armati di Hitler. Coraggiosi? Peggio, erano tutti impregnati di vocazione al martirio. Risultato: migliaia di tombe, con papaveri e lumini, e la Polonia nazificata in 15 giorni. Sai che risultato! La “Bibbia” (l’Economist) ha fatto una disperata battaglia per il “remain”, pubblicando una copertina che è tutta un programma, “Divided we fall”, cioè “Divisi precipitiamo”. Poi ha proposto un ampio “report”, passando in rassegna i pericoli di un’uscita senza molto senso. Con la bandiera UE bruciata in copertina. Ora, resta da vedere chi sprofonderà di più, se l’Inghilterra o il resto del Vecchio Continente. A scuola ci hanno insegnato che qualsiasi catastrofe è la risultante di un algoritmo complesso, dove ogni elemento, preso a sé, non conta niente, ma messo in una catena di errori, li amplifica, step dopo step, e alla fine provoca il collasso del sistema. Dunque, sulla Brexit bisognerà fare qualche riflessione “disaggregata”. Il nostro obiettivo è quello di far capire ai lettori che l’Unione, nel caso specifico (ma anche in molti altri casi nazionali, come il nostro) è, per usare una terminologia balistica “un falso scopo”. Si punta il cannone su un campanile per colpire una caserma, calcolate le distanze. Poi, se l’artigliere è un incapace, è pure possibile che la bordata colpisca la chiesa, facendo saltare per aria fedeli e officiante. Dunque, nel caso della sindrome da “insoddisfazione” tutta british, per arrivare a un nesso (para-logico) con la realtà, bisogna mettere assieme diversi tasselli. In primis la crisi finanziaria, divenuta poi “economica” tout court. Gli inglesi, grazie alle loro relazioni speciali, hanno avuto il “privilegio” di importarla per primi, in Europa. Dopo il fallimento di qualche banca e il salvataggio di molte altre, il fortino britannico ha resistito meglio di tante altre realtà del Vecchio Continente. Anche perché, avendo scelto di mantenere la sterlina, disancorandosi dall’euro, ha potuto sviluppare una strategia molto più “espansiva” di quella dettata dalla Banca Centrale Europea. A quel tempo, a Francoforte, comandavano i banchieri prussiani con l’elmo chiodato in testa. E il prosciutto sugli occhi. Fino a quando alla BCE non è arrivato “Supermario” (Draghi), i tedeschi, schizofrenicamente malati della Sindrome di Weimar (epoca in cui il pane si comprava con le valigie piene di svalutatissimi marchi), hanno dettato una strategia tutta improntata a lacrime e sangue. Risultato: recessione, deflazione, disoccupazione e conti del salumiere tenuti costantemente (e inutilmente) d’occhio. Il Premio Nobel Paul Krugman, di fronte a cotanto scempio, li ha chiamati “palloni gonfiati”. Loro e gli altri quattro giannizzeri occhialuti, che in altri Paesi pensavano di possedere, in esclusiva, il bernoccolo della finanza. Il Regno Unito no. Tenendo i piedi in quattordici staffe, per dirla corta e netta, si è preso tutti i benefici di stare dentro l’Unione (mercati a go-go, assenza di dazi doganali, libera circolazione di merci, capitali, servizi e persone) senza sudare. Pensate, per aggirare la normativa comunitaria, vendevano auto “Made in Asia”, giunte a pezzi, assemblate in Inghilterra e spacciate per “Made in EU”. Per non dire dei bilanci comunitari, bloccati non appena dovevano versare un centesimo in più. Insomma, gli inglesi sono entrati al cinema con una cassa di birra sotto braccio, si sono stravaccati coi piedi sulle poltroncine, hanno preso a sgranocchiare pop-corn e non hanno pagato manco il biglietto. Quando il film è finito, sono usciti imprecando e chiedendo di essere risarciti per il tempo perso. Beh, a grandi linee, è quello che è successo con la Brexit.

Hanno scaricato sull’Europa (che di magagne e rogne ne ha una montagna, per carità) tutte le frustrazioni che convergevano e s’incrociavano per i più svariati motivi: debito complessivo alle stelle (pubblico più privato), fine del bipartitismo (quasi) perfetto e ingovernabilità incipiente, caduta della qualità della vita, politica export oriented asfittica, stretta tra il Commonwealth e i rigidi disciplinari di Bruxelles, politica di difesa obbligatoriamente da condividere (di malavoglia), politica estera che ha praticamente ignorato gli indirizzi dati dall’Unione, politica dell’accoglienza (flussi migratori) maldigerita e applicata con lo scudiscio. E poi, last but not least, la pistola puntata degli indipendentismi. Scozzese, gallese, nordirlandese e persino, in cauda venenum, quello di Gibilterra. Non sarà un caso, ma tutti hanno votato (tranne il Galles) per restare in Europa. Il motivo? Semplice, si sentono più tutelati dalla Commissione di Bruxelles che da Downing Street. E ora, dopo sette secoli. la Scozia presenterà il conto a Queen Elizabeth e a tutti gli altri parrucconi dei Tudor. Nel nome di Braveheart, Riccardo III Plantageneto e Maria Stuarda, fate voi. Cameron, prima di sloggiare dopo lo scoppolone, aveva vinto le elezioni promettendo il referendum sulla Brexit, sperando di turlupinare (come poi è stato) gli “anti-tutto” di Nigel Farage. Non ha però pensato che i sudditi di Elisabetta II (specie i più anziani e gli emarginati) potessero votare per il “tanto peggio, tanto meglio”. Già, però, ora, dopo avere fracassato la cristalleria, incollino i cocci. Di gran corsa. Perché qui “nisciun’è fesso”. Gli inglesi vorrebbero portare la procedura d’uscita alle calende greche, per continuare a trarre utili dalla loro posizione “borderline”, senza pagare il pedaggio. Troppo facile (e truffaldino). La risposta di Bruxelles dev’essere: “Dentro o fuori”, prima possibile. I conti li faremo nelle scale e vedremo chi uscirà con le ossa rotte.

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