Una scelta miope
contro la Storia

Al di là degli errori di Bruxelles

Una scelta miope  contro la Storia

Come se, cari “separatisti” britannici e altri di qui a venire, fosse davvero possibile mettersi fuori. Sarebbe stata una balla, allora, tutta l’ineluttabile faccenda della globalizzazione. Economica e non solo.

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Qualsiasi malaccorta miope accelerazione – torniamo un po’ indietro nel tempo e parliamo, con crudezza, dell’Ue – produce concentrazioni pasticciate, gruppi promiscui: non c’è vera omogeneità né si rende possibile un’autentica convivenza. L’accelerazione di cui si parla è quella dei nostri tempi rapidi, superficiali e cinici, quella dei trasformismi fondati su contingente e necessario, quella che non si preoccupa di mettere insieme caviale e povertà, triviale mix tranquillamente tollerato dalla gran parte degli occidentali. Cambia poco se osserviamo più da vicino questo mondo tecnologico e accelerato: la compravendita, nei mercati a nove zeri, non rappresenta beni reali ma illusioni su cui pochi oligarchi lucrano, la “politica” si adatta e riadatta – ruffiana – prendendo le forme che più le convengono, la solidarietà si piega ai più variegati interessi, sempre meno inclusivi. Crescono, gli egoismi, più d’ogni conosciuto prodotto interno lordo, infestano l’aria, inquinano e istupidiscono i più giovani, succhiano loro l’anima: più si ha cura – respirando lo stadio ultimo del capitalismo – solo di se stessi, più ci si conforma al gregge e se ne accresce la forza. Soltanto apparente.

Eppure, non c’è alternativa alle concentrazioni e all’aggregazione. Non si può andare contro l’evidenza delle storie che si fanno Storia. Ecco perché sarebbe stato utile ritrovare la Politica: le unioni che funzionano sono fondate su affinità reali di vedute, su mosse condivise, su progetti concreti realizzabili, su interpretazioni compatibili del reale e congetture almeno verosimili sul futuro. Questo sia che si parli d’una coppia di giovani innamorati che non vogliano limitarsi a vivere il presente, ma intendano invece mettere le basi per un rapporto duraturo, sia che si stia tentando di dar vita a un’unione di Stati, nella consapevolezza che la grande accelerazione – soprattutto tecnologica – ha prodotto un mondo globale a cui non possiamo certo rispondere a uno a uno, in ordine sparso. Servono interventi legislativi, economico-finanziari, regole ispirate a irrinunciabili codici etici ma pure improntate – riguardo, ad esempio, al problema immigrati – a un sano realismo, quello che giova alla sopravvivenza. Serve, cari amici di Bruxelles e dell’Ue, rassicurare i cittadini e non lasciare che sia alimentato il fuoco delle bugie.

Il Regno Unito sarà pure “fuori” dall’Europa ma non potrà scegliere d’essere fuori dal mondo. Circolazione di persone e beni, trattati commerciali, i rapporti con Ue e Usa: tutto andrà rinegoziato e non sarà una passeggiata. Così come non sarà facile, per Londra, gestire le relazioni – da adesso infinitamente più complicate – con Scozia e Ulster.

Marine Le Pen in Francia, il populista Wilders in Olanda, Salvini in Italia adesso vorrebbero «tutti fuori dall’Unione». È questo l’effetto più deleterio della “Brexit”: non le vergognose speculazioni che ingrasseranno i “soliti ricchi” in Borsa, non le dimissioni di Cameron, ma l’ulteriore instabilità creata in ogni singolo Paese, l’aver accresciuto il più demagogico e volgare tra i rumori di fondo.

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Di divertente c’è solo, quando sembrava delinearsi la vittoria degli europeisti, poi smentita dai numeri, la svolta moderata di Beppe Grillo e la sua presa di distanze da Nigel Farage, l’isolazionista che di lì a poche ore sarebbe diventato il trionfatore del referendum britannico. Grillo ha detto che vuol cambiare l’Europa dall’interno, e che restare nell’Ue è l’unica cosa giusta. Eppure è la stessa Unione da lui definita – appena il 21 gennaio scorso – un irredimibile “sistema criminale” cui sottrarsi. Concetto più volte ribadito negli anni. Ammettiamolo, un Grillo così anzitempo... governativo non ce lo aspettavamo. Quanto a Salvini, trasformatosi da padano a ultranazionalista in cerca di voti, in lui – così torvo – mai nulla di divertente.

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