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Il principe azzurro
e il brutto anatroccolo

La favola di Cleveland campione Nba. Il confronto fra Lebron e Steph, dopo gara sette che ha regalato l'anello ai Cavaliers

Il principe azzurro e il brutto anatroccolo

Troppo facile dire che è una delle più grandi imprese dello sport mondiale. Del resto mai nessuna squadra nelle finali Nba aveva rimontato da 1-3 e per di più dovendo giocare ancora due volte fuori casa. Cleveland è campione per la prima volta grazie al 93-89 stampato, in una emozionante volata, di fronte all'attonita marea gialla della Oracle Arena.

Come in tutte le favole che si rispettino, c'è un principe azzurro, LeBron James, e un brutto anatroccolo, Steph Curry. Il due volte Mvp, dopo aver divertito il mondo con i suoi tiri da quasi centrocampo, vincendo l'anello 2015 (ma ai soliti noti rivali mancava mezzo quintetto), è costretto a inchinarsi al passaggio di una leggenda del basket che la Storia, quella vera, l'ha già fatta, entrando di forza nella galleria dei migliori di sempre, con sette finali e tre titoli.

E la conferma si è avuta nell'ultima settimana quando, spalle al muro, il 31enne dei Cavs ha prodotto tre prestazioni al limite dell'incredibile che hanno consentito la clamorosa rimonta. La stoppata su Iguodala lanciato in contropiede è l’immagine-simbolo che si rivedrà anche tra vent’anni, l’ennesima tripla-doppia ha firmato il suo capolavoro, mentre le lacrime alla fine lo hanno pure reso più umano, abituati a quella maschera un po' antipatica e arrogante. LeBron voleva dimostrare di poter trionfare senza Wade e Bosh accanto (come avvenuto a Miami) e c'è riuscito, elevando nel momento clou dei playoff anche il livello della squadra, nella quale - alla sua altezza di Mvp delle finals - si è issato Kyrie Irving, decisivo sino all'ultimo con la bomba della vittoria e davvero magico nei canestri realizzati di tabella.

Golden State si è piantata proprio in vista dello striscione, logorata dagli infortuni e da una stagione regolare da 73 successi che ''imponeva'' nuovi record. Così, la pressione pazzesca ha finito per schiantare Curry e Thompson, rendendo inutile la performance mostruosa dell'orso ballerino Green, l'unico capace di punire sistematicamente le amnesie di una Cleveland (tema dominante della serie) che, travolta dall'ansia di voler limitare le stelle avversarie, è andata spesso in corto circuito difensivo sui pick and roll e sui cambi, salvando però la pellaccia.

E quindi? Nessuno sarà mai come Jordan, ma LeBron ci ha fatto stare svegli come una volta.

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