Osservatorio Internazionale

Alle origini del “flop” americano

Ecco perché Obama e il Pentagono non riescono a risolvere, politicamente e militarmente, la crisi siro-irakena

Alle origini del “flop” americano

L’una tira l’altra, come le ciliegie. Detto famosissimo, applicabile anche alle rogne e alle disgrazie assortite. Quando il vento gira, insomma, non c’è macumba favorevole che tenga. L’aria che si respira alla Casa Bianca, per ora, se si parla di Medio Oriente, è questa. E, per la proprietà transitiva, l’atmosfera ai meeting del National Security Council sembra proprio quella delle sedute ossianiche, quando si evoca lo spirito dello zio buonanima. Ci manca solo che qualcuno spenga la luce e che si aggiunga un bel tavolino a tre piedi, per completare l’arredamento. Facciamo ironia parossistica? Certo. Con l’avvertenza, però, che, fuor di metafora, è tutto vero. Qualche nostro amico, vicino alle segrete stanze di Pennsylvania Avenue, ci ha confessato che solo a parlare di Irak e di Siria (ma noi ci metteremmo anche l’odiata Hillary nel mazzo) il povero Obama cambia colore. Giusto ieri un l’ennesimo attentato (due-tre bombe) ha fatto una dozzina di morti in un mausoleo sciita a Seyeda Zeinab, vicino a Damasco. L’Isis (sunnita) ha rivendicato l’attacco. Una notizia che ci porta alla riflessione odierna: in Medio Oriente la Casa Bianca si è imbucata in uno degli scenari strategici peggiori, quello di un gioco “a somma zero”, come dicono gli specialisti. Per farla breve, o si vince tutto, anche le mollichine, o si perde l’osso del collo. Senza pietà. Proprio per questo il nostro cavaliere senza macchia e senza paura (Obama) è più angosciato e depresso che mai. Lui è stato un buon Presidente, specie in politica interna e in economia. Ma all’estero i bussolotti hanno viaggiato ognuno per conto suo. È mancata la sua grande capacità di mediazione, una delle qualità che possiede in modo spiccato, come ci ha confessato il suo maestro, il prof. Robert Putnam, dell’Università di Harvard. Il motivo, però, è semplice. In un sistema diplomatico complesso, come il Medio Oriente, che viaggia ogni giorno lungo le direttrici dell’imprevedibilità, e in cui diventa impresa ardua distinguere l’amico dal nemico, mancano gli interlocutori credibili. Pigliamo-la macro area di crisi nella regione siro-irakena. Nell’ansia di contrastare l’Isis, gli americani sono caduti nelle sabbie mobili di una situazione in cui la pezza rischia di essere peggiore del buco. Per farla breve e per rinfrescare la memoria, l’effetto più “mirabolante” delle varie Primavere arabe è stato quello di sconvolgere dalle fondamenta tutti i precari equilibri faticosamente raggiunti nel corso di decenni. E, in primis, di fare scatenare un conflitto globale, una sorta di terza guerra mondiale dell’Islam, tra sciiti e sunniti, come dimostra l’attentato di ieri. Basta così? Per niente, perché gli effetti di un tale confronto (che cova apertamente o sotto la cenere da quattordici secoli) influenzano a ogni passo le strategie per risolvere la crisi. Oggi come oggi gli assalti condotti contro le roccaforti del “Califfo”, a Falluja (Irak) e Raqqa (Siria), rispetto alle risorse impiegate, hanno dato risultati parziali. Molto parziali. Il motivo è presto detto: gli assalti più “produttivi” sono quelli condotti dalle milizie sciite sotto il comando iraniano (del famoso generale Hossein Soleimani). Il resto, per ora ben misera cosa, sono gli obiettivi conquistati dall’esercito di Baghdad, in maggioranza composto da sunniti. E sunniti sono quasi tutti i civili rimasti intrappolati a Falluja (75 mila, sfruttati dall’Isis come “scudi umani”) e la maggior parte di quelli che vivono a Raqqa (oltre 300 mila abitanti). Insomma, non bisogna avere studiato alla Scuola di guerra per capire che se queste città verranno conquistate dagli sciiti il minimo che potrà accadere è un nuovo bagno di sangue. Certo, pressato dagli americani, il primo ministro irakeno, Haider al-Abadi, ha ordinato ai governativi di avanzare. Più facile a dirsi che a farsi. Secondo stime di fonte israeliana, su 750 chilometri quadrati di territorio strappati all’Isis, l’esercito di Baghdad ne ha riconquistato la miseria del 15%. Tutto il resto se lo sono pappato gli sciiti di “People’s Mobilization” guidati da al-Muhandis e quelli di “Badr Force” (di Hadi al-Ameri), che rischiano di entrare armi e bagagli nelle due città se l’Isis dovesse crollare.

Obama e gli irakeni tremano nel ricordare la sorte riservata dagli sciiti agli abitanti di Tikrit, bruciati vivi nelle loro abitazioni. Fra le altre cose, al Pentagono gli alti comandi sono entrati in fibrillazione, perché se gli sciiti riuscissero a conquistare Falluja potrebbero usarla come “testa di ponte” per riversarsi in Siria, attraverso la Valle dell’Eufrate. E lì la guerra civile tra sunniti e sciiti (uno dei “regali” di Monsieur Sarkozy) diverrebbe generalizzata. Che fare? Gli strateghi americani e il povero Obama passano notti insonni, manco fossimo ad Halloween, per cercare di quadrare il cerchio. Una prima mossa è stata quella di imporre ai governativi irakeni di darsi una svegliata. E infatti, un passo avanti e due indietro, i soldati di Baghdad si sono impegnati ad assediare il quartiere di Shuhada alla periferia di Falluja. Ma le milizie sciite, avviso ai naviganti, non ci stanno e hanno già fatto sapere che dopo essere entrate a Falluja si dirigeranno verso la Siria. Musica per le orecchie di Bashar al-Assad, che spera così di poter fare a meno della bombola d’ossigeno offertagli giorno e notte da Putin. D’altro canto, le notizie in arrivo dal fronte siriano giustificano i sudori freddi di Obama. A Manjib, centro di fondamentale importanza vicino ad Aleppo, dove sono imbottigliati 100 mila civili, l’Isis ha sigillato i confini con l’Irak. Gli americani hanno reagito coordinando una controffensiva “arcobaleno” (ma sarebbe meglio definirla “arlecchino”), che ha messo assieme il diavolo (i turchi) e l’acqua santa (i curdi del YPG), con in mezzo i ribelli dell’SDF (Syrian Democratic Forces). Risultati previsti: assai. Ottenuti: zero (tagliato). I turchi, ufficialmente bombardavano i “califfi”, ma di sguincio mollavano cannonate, razzi e missili sulle cape degli odiati “alleati” (si fa per dire) curdi. In mezzo, pesti, lividi e a prendere bombe da ogni cantoniera, i ribelli “moderati”. Gli israeliani parlano di un vero e proprio “rovescio” americano. Al Pentagono speravano di fare una passeggiata di salute a Manjib e poi di lanciarsi su Raqqa, per assediarla. Ma quando mai. La verità, dicono perfidamente gli specialisti agli ordini di Netanyahu è che Obama è andato per suonare ed è rimasto suonato. E ora non vede l’ora di finire il mandato, lasciando la patata bollente nelle mani di Hillary. Per vederla ustionata.

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