Osservatorio Internazionale

Siria, guerra
di intrighi e ricatti

Gli americani e i russi hanno ormai deciso: il Presidente Bashar al-Assad se ne deve andare

Siria, guerra  di intrighi e ricatti

La cavalleria cosacca galoppa fianco a fianco col Settimo reggimento di Custer. No, non è western B-Movie, di quelli che si giravano in California, negli anni Quaranta, a quattro grammi due soldi. È invece l’iconografia (un po’ “broccolina”, passatecela) di ciò che va succedendo in Siria, dove russi e americani hanno fretta di chiudere una pratica che si va facendo (pericolosamente) lenta, lentissima, come certi documenti che arrancano a fatica tra un ufficio e l’altro di qualche sonnolento Municipio meridionale.

Così i due Ministri degli Esteri, Lavrov e Kerry, si sono dati una mossa e negli ultimi giorni hanno bruciato le tappe (e squagliato i telefoni) per mettere i titoli di coda alla guerra. Che però tra venerdì e sabato ha fatto registrare una settantina di morti nell’area di Aleppo. I ribelli anti-Assad avrebbero, infatti, conquistato la cittadina di Khan Touman, importante nodo autostradale verso Damasco. Intanto, pare che al Cremlino si siano definitivamente convinti: il Presidente Bashar al-Assad se ne deve andare. Certo, farlo smammare pacificamente non sarà facile. Ma una volta che Vladimir Vladimirovic Putin è entrato in quest’ordine di idee, il figlio del vecchio Leone di Damasco sembra avere zero chances di restare con le terga incollato alle poltrone del potere. E come se non bastasse il Cremlino, con la meravigliosa pensata di “due al prezzo di uno”, ha anche optato per sbarazzarsi dei generali governativi che stanno facendo guerra ai ribelli. Insomma, scopa di ferro, piazza pulita e chi s’è visto s’è visto.

Nei giorni scorsi si è tenuto un vertice all’Us Central Command, in Giordania, dove i ribelli (moderati) hanno fatto sentire le loro voci. Comunque, dopo avere raggiunto un’intesa di massima coi russi, gli americani hanno allungato ai miliziani che combattono il governo di Damasco una proposta che sembra il massimo possibile in questa fase: fine della guerra ed esilio per Assad e la sua famiglia che, una volta per tutte, sbaraccheranno e libereranno lo scenario mediorientale della loro ingombrantissima presenza.

Naturalmente, per entrare al cinema e vedere il film occorre pagare il biglietto. In questo caso è stato chiesto ai capi dei ribelli di astenersi da qualsiasi denuncia al Tribunale Internazionale dell’Aja, su eventuali crimini di guerra commessi da Assad. Un’ altra condizione da onorare sarà quella di tenere il partito Baath in vita. Sarebbe, infatti, un errore smantellare tutta la vecchia amministrazione “assadiana”, perché lo Stato cesserebbe di funzionare e l’eventuale ricambio richiederebbe tempi biblici. In questo senso, gli americani hanno fatto tesoro delle passate sciocchezze commesse in Irak, dove, su suggerimento dell’inviato speciale Paul Bremer, il Presidente Bush cancellò praticamente la spina dorsale dello Stato di Saddam Hussein, creando un vuoto terrificante, entro cui si infilarono milizie, tribù, banditi e tagliagole di ogni risma. Questa reazione obbligò Washington a puntare solo sull’ala sciita e creò le condizioni per uno scontro pirotecnico con l’universo sunnita.

Partendo da queste premesse l’esercito siriano non sarà smontato pezzo per pezzo, ma resterà in vita. Magari con un’attenta selezione degli Stati maggiori. I generali più fedeli ad Assad, comunque, saranno rimossi (Primo e Secondo Corpo e, inoltre, 4. e 14. Divisione). Discorso diverso per l’aviazione che, probabilmente e per ragioni ideologiche, riceverà il repulisti più radicale. Sorte simile toccherà, come sembra ovvio, anche alle sette agenzie di intelligence. Se la struttura delle forze armate rimarrà solo esternamente intatta, va anche detto che l’organizzazione interna subirà dei significativi cambiamenti e che, con gradualità, nel “core” dell’esercito verranno progressivamente inseriti unità e rappresentanti delle milizie ribelli.

Infine, uno dei punti più controversi, anche se più elementari, da sciogliere: chi sono i ribelli da “accettare” e quelli, invece, a cui sarà sbattuta la porta in faccia? L’Isis, è ovvio, continuerà a essere considerato il nemico pubblico numero uno. Ma anche al-Nusra (radici qaidiste) nonostante le resistenze dei sauditi, verrà trattata come organizzazione terroristica. Naturalmente, assieme a questa rivoluzione diplomatica che azzera diversi veti incrociati, si dovrà pensare alla sostanza, aumentando la disponibilità delle forze sul terreno. Circa 300 specialisti dell’US Army e dell’US Air Force sono stati annunciati in arrivo, alcuni giorni fa, a Rimelan, una base nel nord-est della Siria. Il contingente, però, a detta di alcuni servizi di intelligence occidentali dovrebbe essere ben più consistente di quello annunciato dal Presidente Obama: alcune stime parlano di oltre 500 uomini, trasportati da elicotteri decollati dalla Turchia.

Secondo gli israeliani, a Rimelan si troverebbe già un migliaio di soldati statunitensi, in grado di spostarsi velocemente per intervenire con un raggio d’azione abbastanza vasto in tutta la Siria centrale e settentrionale. Tra le altre cose, calcolando anche il resto delle forze speciali a stelle e strisce, il totale eguaglierebbe quello degli “Sptesnaz” russi. Quali saranno i compiti di queste nuove truppe Usa? in primo luogo, assicurare il controllo americano a est dell’Eufrate, così come scrupolosamente concordato con Putin. Questa visione strategica comprende anche la necessità di estendere un ombrello protettivo sulle “enclaves” curde dell’area (Hassaka, Kobani e Hakin). Mossa che ha un duplice scopo: proteggere i curdi e monitorare i movimenti delle milizie YPG Kurdish, notoriamente poco inclini a condividere i loro piani e a collaborare con Washington.

Tra le altre cose, Obama ha emanato direttive precise di istruire al meglio i combattenti “peshmerga” della regione, a cominciare dalle milizie curde della Sultan Ahmad Brigade e dei Corpi n. 13. Si tratta di una decisione, che, come capiranno i nostri lettori, ha letteralmente fatto imbufalire i turchi, che vedono qualsiasi rafforzamento del potenziale militare curdo come fumo agli occhi. Occorre anche chiarire che la mossa della Casa Bianca di appoggiare i curdi fino in fondo è una conseguenza delle scelte operate dal Cremlino, che già da settimane rifornisce di armi e munizioni i “peshmerga” che operano ad Afrin e a Kobani. Questo spiegherebbe anche il massiccio rafforzamento della base Usa di Rimelan, che al Pentagono giudicano come una testa di ponte indispensabile per tenere Putin a cuccia in tutta la regione del Kurdistan. Gli americani sanno benissimo che qualsiasi sottovalutazione dei movimenti nell’area di crisi considerata potrebbe condurre dritto filato al peggiore degli scenari: uno scontro diretto tra Mosca e Ankara, con tutte le pesanti ricadute diplomatiche del caso. Obama teme anche che Putin, “scordandosi” del patto sull’Eufrate, attacchi direttamente Raqqa, prendendo di sorpresa gli americani. Sì, lo sappiamo. Raccontata così sembra di parlare del “Trono di spade”. E invece è la realtà, vissuta pericolosamente a quattro passi da casa nostra.

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