Parigi

Il mondo firma
l'accordo sul clima

Da Kyoto a Parigi svolta verde America. "La migliore chance di salvare l'unico Pianeta che abbiamo". Così il presidente degli Stati Uniti rivendica la vittoria di una scommessa su cui ha tenuto il punto fino alla fine

Il mondo firma l'accordo sul clima

Il mondo firma l'accordo di Parigi sul clima "grazie alla leadership dell'America" ed è "la migliore chance di salvare l'unico Pianeta che abbiamo". Così il presidente degli Stati Uniti Barack Obama rivendica la vittoria di una scommessa su cui ha tenuto il punto fino alla fine, quando in serata parla dalla Casa Bianca dopo la storica intesa raggiunta a Parigi che dimostra - dice - "cosa è possibile realizzare quando il mondo agisce unito". Alla fine uniti (quasi 200 i paesi firmatari), ma trainati da un impegno annunciato da Obama fin da subito al suo ingresso alla Casa Bianca e mantenuto fino in fondo. Anche negli ultimi giorni, con l'America spiazzata dalle incognite di una sfuggente minaccia terroristica, la Casa Bianca ha dato conto puntuale di contatti e telefonate con i leader cruciali per l'esito del summit sul clima, dal primo ministro indiano Narendra Modi al presidente cinese Xi Jinping, mettendo così il sigillo ad un processo che, pur ancora solo ai box di partenza, porta la firma del 44mo presidente verso una svolta storica degli Stati Uniti, da portabandiera del 'No' a Kyoto a spinta decisiva a Parigi, con "il più ambizioso accordo sui cambiamenti climatici nella Storia", ripete la Casa Bianca. Una vittoria personale. Perché a Washington certo Obama non ha goduto - e non gode - dell'appoggio necessario per quella definitiva transizione verde del settore energetico che auspica, anche in chiave di lotta ai cambiamenti climatici. Prima la crisi economica, poi il Congresso dominato dai repubblicani che ha puntato i piedi ad ogni iniziativa, ad ogni proposta, restringendo quindi il raggio d'azione del presidente, costretto a presentare come una vittoria anche i pannelli solari installati sulla Casa Bianca. Quello che non ha tolto ad Obama però è stata la platea internazionale ed è a questa che ha dettato la sua eredità sul clima. A fine settembre a Washington ha strappato al collega cinese Xi l'impegno per un limite sulle emissioni, annunciato dal giardino delle rose della Casa Bianca a conclusione di una visita di stato che su tutto il resto ha invece finito per confermare la distanza tra Usa e Cina. Il risultato di quella combinazione tra idealismo e realismo, applicata con destrezza anche 'in casa' quando, nel sottolineare la forza propulsiva dell'innovazione, ha trovato alleati tra chi le cose 'le fa', nella Silicon Valley per esempio, quindi da Bill Gates a diversi finanziatori pronti ad investire. Obama non ha però sottovalutato d'altro canto la presa dell'appello di ambientalisti e attivisti: allora eccolo in Alaska, in persona. A toccare con mano e mostrare all'America e al mondo le conseguenze del riscaldamento globale. Lo ha chiamato un "viaggio sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici" e con la sua presenza ha acceso i riflettori sulle comunità locali e le conseguenze sulla loro vita quotidiana e sull'economia locale. E non ha sbagliato. In Florida invece il messaggio lo ha lanciato tra le mangrovie e anche qualche alligatore del parco naturale di Everglades, una rigogliosa palude di 600mila ettari che è tra i tesori naturalistici degli Stati Uniti, dove ha assunto i toni da 'commander in chief' nella guerra ai cambiamenti climatici. Così la firma a Parigi gli da' ragione, anche quando sottolinea - come continua a fare - che la soluzione ultima non è a portata di mano, ma se ci si impegna a cercarla, la si trova. L'America lo ha sempre fatto".

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