Intervista a Paolo Betolucci

«Pennetta e Vinci regine d’Italia Federer è come Michelangelo»

Un anno di tennis raccontato dal popolare campione. «Testa, solidità, continuità: fenomeno DjokovicWawrinka ha dimostrato che può battere tutti»

«Pennetta e Vinci regine d’Italia Federer è come Michelangelo»

Soprannominato “braccio d’oro” per il tocco a rete e il talento, doppista sopraffino, uno degli eroi della storica Coppa Davis 1976 in Cile, capitano dell’Italia e oggi raffinato commentatore di Sky, editorialista della Gazzetta dello Sport e scrittore. Signore e signori, ecco Paolo Bertolucci.

– Non si può non cominciare da Flavia Pennetta e Roberta Vinci che vincendo l’Us Open l’una e impedendo il Grande Slam a Serena Williams l’altra hanno realizzato le più belle imprese dell’anno. Sono loro le regine d’Italia.

«Senza dubbio. Due ragazze del Sud hanno firmato trionfi irripetibili, che rimarranno nella storia. Qualcosa di inimmaginabile. Dai tempi di Farina e Reggi, sino alla splendida Schiavone siamo rimasti aggrappati ai risultati del tennis femminile. Pennetta e Vinci hanno rappresentato la consacrazione del movimento. Ma il ciclo, con il ritiro di Flavia e quello annunciato a fine 2016 di Roberta, sta purtroppo per concludersi. Speriamo nella Giorgi».

– Quell’abbraccio a New York che sembrava non finire mai, la Vinci che si porta le mani alle orecchie e urla «ora applaudite anche me» e soprattutto quelle chiacchiere tra “sorelle” prima della premiazione sono immagini che non dimenticheremo mai...

«E che fanno già parte della storia azzurra. Il tennis, ma anche il rugby, ci ha ormai abituato a scene che fanno vibrare l’anima. Momenti che vanno al di là dei successi e sono un esempio di come dev’essere inteso lo sport che, invece, spesso ci trasmette episodi crudi e duri».

– Nole Djokovic si avvia a diventare il più forte e vincente di sempre. Il suo 2015 è stato magico, da dominatore assoluto, un “cannibale” alla Eddy Merckx. Però il serbo non trascina le folle...

«Come avveniva per Sampras, Kuerten e Hewitt, numeri 1 del passato. Djokovic, ovviamente, è di un altro livello, oggi quasi imbattibile, un fenomeno assoluto di testa. Il suo gioco non regala le forti emozioni di un Federer o del miglior Nadal. Novak è concreto, continuo, straordinariamente solido. Lo spettacolo solo in caso di necessità. E poi è serbo, che è un pregio per la grinta e l’orgoglio che ci mette in ogni punto, anche se non ha dietro una nazione di tradizioni».

– La sua tenuta psicologica è mostruosa anche con il tifo contro.

«E sarà sempre così quando davanti si troverà Federer! Contro il più forte di tutti, la gente vuole vedere la lotta. Ma Djokovic è capace di non scomporsi mai, di non muovere neppure un sopracciglio».

– Non trionfa in uno Slam da Wimbledon 2012, nelle ultime tre stagioni ha vinto “solo” tre Master 1000, perdendo una decina di finali, ma Roger Federer a 34 anni resta il più bravo e il più amato. In una parola: irraggiungibile.

«Lunga vita al Re. Roger è il Tennis, al di là della carta d’identità. È come Michelangelo. È vero che non vince come una volta perché l’età, soprattutto sulla distanza dei cinque set, si fa sentire, ma conquista sempre un numero altissimo di finali, per poi perdere solo con Djokovic. Il bello di Federer è che non ha mai la pancia piena, mi ricorda un altro mito, Paolo Maldini: a prescindere dalle vittorie e dai soldi in banca, sono sempre lì, perché hanno qualcosa in più degli altri. Lo svizzero è già proiettato sul 2016 perché quando si alza la mattina è contento di andare ad allenarsi. Si diverte ancora e finché riuscirà a giocare così bene, mantenendo un tale livello di competitività, che ci delizi! Il suo ritiro, per fortuna, è lontano».

– Nel finale di stagione si è rivisto Rafa Nadal: per molti mesi irriconoscibile, il maiorchino è riuscito a chiudere almeno al numero 5.

«Lo spagnolo ha smarrito la strepitosa continuità che l’ha sempre caratterizzato. Ha in pratica “saltato” la prima metà di 2015, migliorando il suo rendimento dopo gli Us Open. Ma per chi come me ha avuto la possibilità di vederlo all’opera centinaia di volte, battendo a ripetizione Djokovic e Federer, si tratta solo di un lontano parente. Non è più quello di una volta, perché per dominare ha chiesto tanto, troppo al suo fisico. Ora è più lento, arriva sulla palla con un attimo di ritardo, la sua fase difensiva ha perso qualcosa. Diciamo che si è preso un anno di pausa».

– Difficile che possa tornare l’eroe dei 14 Slam e dei 27 Master 1000...

«Con le leggende mai dire mai. Nadal fa bene a guardare al futuro con fiducia, ma credo che per capirne di più su un suo ritorno al top bisognerà aspettare i tornei sul cemento di Indian Wells e Miami che precedono la stagione sulla terra. Anche di Federer, prima che nel 2013 cambiasse racchetta, si diceva che era sul viale del tramonto e sappiamo tutti com’è andata...».

– Wawrinka come la Vinci ha firmato l’impresa dell’anno, rendendo più umano Djokovic, in lacrime a Parigi. Per noi fa ormai parte, a pieno titolo, dei “Fab Four” e non si può giocare meglio di come ha fatto “Stan The Man” al Roland Garros. Ma la migliore definizione che riguarda lo svizzero è del suo connazionale Marc Rosset: «Con lui in campo non sai mai cosa aspettarti. È come lanciare una monetina in aria, perché può giocare splendidamente o malissimo».

«È proprio così. Quando ha perso al debutto al Masters contro Nadal ha detto che non era la giornata giusta per andare in ufficio. Wawrinka ha tutto per essere vicino a Djokovic e Federer: un rovescio da favola, dritto potente, gioco a rete, servizio. Al Roland Garros ha dimostrato che può battere chiunque, ma il tennis non è come il Giro d’Italia dove ti basta una tappa per diventare un eroe. La continuità e la fame di successi sono fondamentali. E il buon Stan non deve accontentarsi, ma comprendere che, anche se da due stagioni è il numero 4, avanzare di una o due posizioni sarà difficile come scalare l’Everest».

– Facciamo un tuffo nel passato, ma senza confronti: il tennis dai suoi anni ’70 e ’80, sino alla generazione che ha preceduto questa.

«Ho ammirato tanti campioni. Borg ha sicuramente sdoganato il tennis inteso come sport di nicchia e assieme a Connors, il più grande fighter e lottatore, lo ha reso “riconoscibile” alle platee; super McEnroe è stato inimitabile, Sampras molto spettacolare. E l’attuale momento è di inarrestabile crescita e interesse, su Sky abbiamo ascolti eccellenti senza avere un giocatore italiano nei primi dieci. Non pretendo un idolo assoluto alla Valentino Rossi; per spopolare ci basterebbe un Berdych o, speriamo presto, un Fognini più continuo nei risultati e capace di “assemblare” le indiscusse qualità tecniche e fisiche con la tenuta mentale».

– Nel 2016 l’unico trionfo in Coppa Davis dell’Italia festeggerà i 40 anni. È tempo di bilanci anche per Bertolucci.

«Ho avuto la fortuna di realizzare i miei sogni, di girare il mondo e di conoscere culture e religioni differenti. Sono stato pure un pioniere. Ho giocato in Nigeria, su campi incredibili, in salita e in discesa, a lume di candela, ma anche negli stadi più affascinanti e prestigiosi. Sono stato tecnico e capitano di Davis e ancora adesso sono in prima linea su più fronti. E il bello è che mi pagano pure, mentre dovrei farlo io per la gioia che questo ambiente continua a donarmi».

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La scheda

La Coppa Davis ‘76 in Cile il trionfo più bello

Paolo Bertolucci, 64 anni compiuti ad agosto, vive a Verona ma l’estate la trascorre a Forte dei Marmi, dove è nato. Il torneo più importante di singolare che ha vinto in carriera è stato Amburgo 1977 piegando il finale lo spagnolo Orantes. Eccellente doppista in coppia con l’amico di una vita Adriano Panatta, ricorda ancora con emozione il trionfo nel 1980 a Montecarlo contro gli americani Vitas Gerulaitis e John McEnroe, il meglio del meglio. Il momento più alto in carriera il trionfo, non solo sportivo, in Coppa Davis nel 1976 in Cile. Bertolucci nel doppio che diede il decisivo punto del 3-0 indossò assieme a Panatta una maglietta rossa in segno di protesta contro la dittatura di Augusto Pinochet. Ha raggiunto il suo miglior piazzamento Atp nel 1973 dopo i quarti a Parigi: numero 12.

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